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La miccia ucraina e le frontiere dell’Europa
 

di Raffaella Bolini, presidenza nazionale Arci

 

Negli anni ottanta «per una Europa unita dall’Atlantico agli Urali» era lo slogan più diffuso del movimento per la pace. Il muro di Berlino era ancora in piedi.

In quella frase c’era prima di tutto la protesta. Non volevamo vivere in un continente che era metà sotto il tallone degli Usa, metà sotto quello dell’Unione Sovietica e armato fino ai denti.

Ma c’era anche dell’altro: la consapevolezza di vivere in un continente senza confini geografici definiti ad est oltre che a sud - perchè un mare così piccolo nello stesso tempo divide e unisce.

Era diffusa la coscienza di vivere e di dover costruire unità fra culture e identità assai diverse.
 


La sinistra dell’epoca su questo ragionava. Dove finiva, l’Europa che sognavamo? Come includere Mosca senza pretendere di assorbirla -Mosca, una culla indiscussa della cultura europea, che era anche capitale di un paese fatto per gran parte di Asia e che arrivava fino al Pacifico?

Quando il Muro è crollato e l’Urss si è liquefatta, in poco tempo l’esistenza stessa di un Oriente europeo è svanita nel discorso politico. L’Est è annegato nella retorica sull’allargamento dell’Unione Europea, con la bandiera blu a sventolare su un numero sempre maggiore di capitali festanti.

Intanto arrivavano nei paesi dell’est post-comunisti le riforme strutturali liberiste, a cancellare le uniche cose positive che decenni di socialismo reale aveva lasciato alle popolazioni: servizi sociali gratuiti e previdenza.

Persino papa Wojtila, artefice indiscusso della caduta dell’Est sovietico, nell’ultima fase della sua vita espresse l’amarezza per aver visto cadere i popoli dell’est dalla padella del totalitarismo alla brace del libero mercato.

Negli ultimi trenta anni è evaporato insomma qualsiasi pensiero politico sull’Europa multicentrica, sulle intersezioni necessarie a tenerla insieme, lasciando il campo libero alla geopolitica militare, finanziaria, energetica e delle imprese, i cui attori trattano con chiunque pur di arrivare allo scopo -mafiosi, affaristi, nazionalisti, antisemiti.

Si è mossa tanto la Nato all’Est, acchiappando dove poteva in chiave antirussa. Si sono mossi i grandi interessi industriali, scrivendo le nuove mappe dell’approvvigionamento ai tempi della scarsità petrolifera, si è mossa la finanza grande e piccola, i grandi gruppi industriali e i piccoli cialtroni, uniti dal mito delle delocalizzazioni. È arrivato Schengen, con i visti e le barriere.

La politica invece è svanita. La sinistra ha rimosso. Ancora oggi capita di sentire, in qualche autorevole convegno, che l’Europa comunitaria avrebbe garantito sessanta anni di pace ininterrotta. Un orrore, per chi ha conficcata ancora negli occhi la guerra a Sarajevo e Mostar.

(E, a proposito di Balcani, che l’entusiasmo sia finito ad est è ben dimostrato dalla bassissima affluenza al voto nel referendum di adesione alla UE della Croazia, il paese che diede avvio alla dissoluzione iugoslava proprio in nome dell’integrazione europea).

Oggi, dopo la rivolta e i massacri di Kiev, lettori e telespettatori scoprono che le sorti del futuro e della pace europee sono legate a un paese che si chiama Ucraina e a una sua repubblica autonoma che si chiama Crimea. Luoghi sostanzialmente sconosciuti.

Sui media è un tripudio di mappe, a spiegarci in poche righe un paese diviso in zone diverse per storia, lingua e vocazione. Che rischiano di farsi la guerra e di produrre una crisi internazionale di grandi dimensioni. Il cittadino medio europeo occidentale non ne sa niente. E non è colpa sua.

La narrativa europea dominante, semplificatrice e omologante, non è solo un errore culturale. È un pericolo immenso. Produce un pensiero povero e gretto, incapace di comprendere la realtà -che è elemento essenziale a governare i processi di qualunque natura.

La storia dell’Ucraina degli ultimi mille anni è un intreccio senza fine di unificazioni e spartizioni, prosperità e decadenze, indipendenze e sottomissioni, occupazioni, conversioni, pulizie etniche e deportazioni -le ultime risalenti alla generazione dei vecchi ancora in vita.

Può essere la regione del conflitto fra Unione Europea e Russia o, al contrario, il territorio dove esse costruiscono la loro intersezione collaboratrice e responsabile. Ci vorrebbe, certo, un altra UE e un’altra Russia per pensare in grande.

Ma una cosa è certa. Senza un pensiero pluricentrico e intersecante il continente Europa - senza confini ad est e a sud, pieno di sovrapposizioni e zone grigie- rimarrà per sempre incomprensibile a se stesso, non riuscirà a cogliere le sue opportunità e continuerà a stupirsi inciampando di continuo in gigantesche micce sempre accese.

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