Riforma del terzo settore: i nodi più delicati da sciogliere

03/07/2014

 

 

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di Maurizio Mumolo, coordinamento nazionale Forum terzo settore

 

Dopo l’accelerazione impressa dal presidente Renzi alla legge di riforma del terzo settore la notizia è che … non ci sono notizie. Almeno non ufficiali.

Gli esiti della rapida consultazione on line non sono stati comunicati, ma dalle comunicazioni diffuse dalle organizzazioni che vi hanno partecipato sembra che l’iniziativa sia stata generalmente apprezzata. Da anni, in tantissimi, hanno espresso l’esigenza di aggiornare e razionalizzare questa complessa, a volte intricata, materia legislativa. Basti pensare alle norme di natura fiscale che invece di premiare la effettiva ricaduta sociale delle attività delle organizzazioni, ha ingabbiato le diverse forme giuridiche, introducendo disparità e sperequazioni. Nel consiglio dei ministri di lunedì scorso, il punto sulla riforma all’ultimo momento non è stato iscritto all’ordine del giorno della seduta. Da alcune informazioni circolate sembrerebbe che ci siano ancora alcuni problemi sulla definizione del testo della legge delega e nella copertura finanziaria. I nodi più delicati da sciogliere dovrebbero riguardare l’impresa sociale, la definizione di attività economica, e il servizio civile. L’impresa sociale è regolamentata da una legge che non ha avuto successo perché priva di incentivi.  Il rischio è che ora si passi dall’irrilevanza all’obbligatorietà di adozione. Tema scivoloso quello dell’obbligatorietà perché oltre ad introdurre un vincolo, inaccettabile, alla libera espressione dell’iniziativa dei cittadini apre la strada alla creazione di un nuovo e distinto soggetto giuridico (ipotesi osteggiata anche dal mondo della cooperazione). A questo si aggiunge l’ipotesi di remunerazione del capitale che, se introdotto, rischierebbe di snaturare la natura ‘sociale’ di questa particolare forma di impresa. Un altro scoglio è rappresentato dalla definizione di ente non commerciale, una questione centrale per le organizzazioni di terzo settore e per l’associazionismo in particolare, che negli ultimi anni è stata oggetto di iniziative legislative assai originali come l’introduzione, relativamente all’IMU, dell’inedita categoria della «modalità non commerciale». Su questa materia non aiuta l’orientamento fin qui espresso dalle istituzioni europee che sembrano non fare differenza tra attività economica ed attività commerciale. Sul servizio civile, se non viene riaffermata la sua natura pubblica, anche per le fonti di finanziamento, il rischio è che si trasformi da iniziativa di promozione della cittadinanza a strumento, precario e a basso costo, di avviamento al lavoro. É proprio il servizio civile, insieme all’eliminazione del tetto del 5x1000 a far lievitare gli importi della copertura di spesa: centomila giovani sono un obiettivo ambizioso soprattutto se si pensa che oggi ci sono risorse per avviarne poco più di un decimo. Ma anche negli stessi ambienti del governo è apparsa subito irrealistica l’ipotesi che il provvedimento non dovesse comportare «nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica». Non si può fare una riforma, per giunta di questa natura, senza sostenerne i relativi costi.

Staremo a vedere cosa succederà nel prossimo consiglio dei ministri previsto per giovedì 10 luglio.

 

ArciReport, 3 luglio 2014



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