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Agenzia per il terzo settore: il governo ci ripensi

Agenzia per il terzo settore: il governo ci ripensi Non sappiamo ancora come finirà, ma gli annunci sulla chiusura dell'Agenzia per il terzo settore non promettono niente di buono. In attesa che il governo chiarisca se intende andare all'azzeramento delle funzioni svolte dall'agenzia o ricollocarle nell'ambito del ministero del welfare, le dichiarazioni del ministro Fornero sono uno schiaffo al non profit e un grave passo indietro nel rapporto fra istituzioni e terzo settore. La decisione era nell'aria visti i tagli già operati nei mesi precedenti, ma c'era da augurarsi che il governo Monti non facesse un errore che tradisce sottovalutazione e scarsa conoscenza dell'universo non profit. La scelta è poco comprensibile dal punto di vista della razionalizzazione della spesa, visto che il bilancio annuo dell'Agenzia supera appena il milione di euro; ma è ancor più insensata se pensiamo al momento difficile attraversato dal terzo settore, in difficoltà a causa dei tagli alla spesa sociale e ciononostante impegnato a garantire ciò che resta dei servizi di welfare nei territori. È miope non capire che per risollevarsi dalla crisi il paese ha bisogno di ritrovare senso di comunità e coesione sociale, e sottovalutare il contributo che in questo senso possono dare proprio associazioni, cooperative sociali e gruppi di volontariato. Il terzo settore è motore di partecipazione, mobilita risorse e competenze, è un argine alla frammentazione e all'egoismo sociale, contribuisce a rafforzare e innovare il sistema di welfare, fa crescere la cultura della responsabilità civica e la qualità della democrazia, è volano di nuovo sviluppo economico. Oggi più che mai andrebbero riconosciuti e sostenuti il ruolo del privato sociale, la sua rappresentatività e la sua autonomia, la sua capacità di avanzare proposte e concorrere alle scelte per il futuro del paese. Andrebbero finalmente affrontati nodi da tempo irrisolti che limitano l'azione dei soggetti sociali: il riordino di un quadro normativo e legislativo oggi frammentato e contraddittorio, la revisione delle agevolazioni fiscali, i criteri della rappresentanza e dell'accreditamento nei rapporti con la pubblica amministrazione, la stabilizzazione del 5 per 1000. L'Agenzia, che in questi anni ha svolto un lavoro utile e apprezzato dalle organizzazioni di terzo settore, potrebbe dare un contributo importante. Abolirla o ridimensionarne la struttura significa fare una scelta di segno opposto alla valorizzazione del terzo settore e delle sue potenzialità.

Liberalizzazioni: un pacchetto con luci e ombre

Liberalizzazioni: un pacchetto con luci e ombre Il popolo dell'acqua ha vinto un'altra battaglia. Sotto la spinta della mobilitazione che in pochi giorni ha portato decine di migliaia di cittadini a firmare l'appello per il rispetto dell'esito referendario, il Governo ha deciso di cancellare dal decreto sulle liberalizzazioni il divieto di ricorrere nella gestione del servizio idrico ad aziende speciali costituite come enti di diritto pubblico. È un'altra prova di forza di un movimento che non intende abbassare la guardia, perché gli interessi di chi lucra sul diritto all'acqua sono ancora forti e ben rappresentati. Sarà la partecipazione dei cittadini a dover presidiare il ciclo delle acque, dai bacini idrografici alle modalità di gestione del servizio, dalle tariffe alla trasparenza degli appalti. Del resto il pacchetto sulle liberalizzazioni presentato venerdì contiene non pochi elementi di accelerazione del processo di privatizzazione dei sevizi pubblici locali, in controtendenza con l'orientamento emerso dal referendum. C'è poi anche molto di buono nel decreto, soprattutto laddove si cominciano a colpire lobby e rendite di posizione e si favorisce una maggiore concorrenza con l'intento di produrre l'abbassamento dei costi per gli utenti, maggiori consumi e nuova occupazione. Ma le liberalizzazioni non sono il toccasana di ogni male e paiono francamente eccessivi gli entusiasmi di alcuni organi di stampa sui benefici che il paese ne trarrà. In più parti il pacchetto è contraddittorio nei tempi e nelle modalità di attuazione. Il nodo del trasporto ferroviario regionale resta irrisolto e la gestione di Trenitalia continuerà a privare tanti pendolari del diritto a una mobilità accessibile, economica e sicura; la totale liberalizzazione dell'apertura dei negozi, oltre a peggiorare le condizioni di chi ci lavora, rischia di favorire la grande distribuzione strozzando la rete dei piccoli esercizi di qualità; banche e assicurazioni vengono appena sfiorate dalle misure e potranno continuare ad imporre condizioni capestro ai consumatori. In compenso si amplia la libertà di trivellazione vanificando il divieto di estrarre petrolio dalle aree marine protette, proprio mentre l'arcipelago toscano rischia un devastante disastro ecologico. Restano molti gli appetiti che minacciano i beni comuni, e sarà bene contrapporvi l'alleanza di enti locali e società civile che ai profitti privati spacciati per interesse generale intendono anteporre il vero benessere dei territori e delle comunità.

Legge elettorale e riforma della politica

Legge elettorale e riforma della politica La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i due referendum sulla legge elettorale, tanto quello sull'abrogazione totale del ‘Porcellum’ quanto quello che ne chiedeva la cancellazione parziale. Non è una buona notizia, perché il referendum poteva essere lo strumento per scardinare quella legge voluta dal centrodestra nel 2005, oscena al punto tale da essere definita ‘porcata’ dal suo stesso estensore. Una norma di cui sono evidenti a tutti gli aspetti problematici e su cui la stessa Consulta aveva avanzato fin dal 2008 sospetti di incostituzionalità. Ora è chiaro che, indipendentemente dalle ragioni giuridiche che hanno motivato la sentenza di inammissibilità, la decisione della Corte riapre il tema di una riforma elettorale per via parlamentare. È un nodo su cui il Parlamento si gioca quel che gli resta di credibilità nei confronti di un'opinione pubblica sempre più lontana e insofferente verso la politica. Non c'è dubbio che il Paese chieda la riforma elettorale e che questa sia un passaggio necessario a ricostruire fiducia e consenso intorno alle istituzioni. Ma c'è il rischio che tutto venga rimandato aggravando una pericolosa deriva antidemocratica. A parole nessuno è disposto a difendere il porcellum, ma nei fatti molti possono essere tentati a non rinunciarvi. Quale altra legge potrebbe mai consentire ai partiti altrettanto potere discrezionale nella formazione dei gruppi parlamentari, garantendo un'assemblea di nominati ricattabili e ubbidienti? Il confronto fra le forze politiche è aperto: tutti dicono che la riforma è necessaria, ma su come farla ciascuno immagina soluzioni diverse a seconda delle convenienze di bottega. Non a caso il Pdl mette già le mani avanti sul premio di maggioranza e sull'indicazione del premier, forzatura populistica incompatibile col modello di democrazia parlamentare descritto in Costituzione. Non si farà una buona legge elettorale se al tempo stesso non si rinnova davvero la politica; se i partiti non hanno la forza di andare oltre il leaderismo e aprirsi alla partecipazione, se i cittadini non tornano protagonisti della discussione pubblica anche esercitando il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Ma serve una spinta dal basso, perché i partiti non si autoriformano da soli. Anche le associazioni che ogni giorno operano per promuovere partecipazione e responsabilità civica possono svolgere un'azione di stimolo importante su temi così decisivi per la qualità della democrazia.

L’anno che verrà

L’anno che verrà Non è iniziato sotto i migliori auspici il nuovo anno: ancora tensioni sui mercati finanziari, la prospettiva sempre più concreta di una terribile recessione, il caro prezzi e la disoccupazione che impoveriscono il paese. L'ottimismo berlusconiano è ormai un lontano ricordo e lascia il passo alla paura del futuro. C'è un brutto clima, aumentano i suicidi di chi perde il lavoro, il disagio di tanti alimenta preoccupanti tensioni sociali. Urgono risposte immediate. Anzitutto misure per la crescita e l'occupazione. Ma se questo è l'obbiettivo dell'annunciata fase 2, che senso ha il dibattito di questi giorni sul mercato del lavoro? Non è coi licenziamenti facili che si farà la ripresa, abbiamo già decine di tipologie contrattuali e tutta questa flessibilità non ha certo garantito più occupazione. Dietro le aziende che chiudono e i posti di lavoro che spariscono c'è la realtà di una profonda crisi industriale nata dall'assenza di strategie economiche e dall'incapacità dei governi. Riconvertire le attività produttive e creare nuovo lavoro si può. Ma bisogna investire, perché una politica di sola austerità rischia di compromettere la ripresa. I soldi si possono trovare nella lotta all'evasione, tassando rendite e transazioni finanziarie, tagliando la spesa militare. È immorale che mentre si chiedono sacrifici a lavoratori e pensionati si spendano 15 miliardi per i cacciabombardieri. Tanto più se i soldi sono pochi, vanno scelte bene le priorità a cui destinarli: favorire con gli incentivi chi investe nell'innovazione tecnologica, nella produzione di beni collettivi, nella cura dell'ambiente e dei beni culturali, nei servizi di welfare che non sono una spesa ma un investimento nel nostro capitale umano e sociale. Una legge sul reddito minimo garantito esiste in quasi tutta l'Europa e non è più rinviabile nella situazione italiana. Il tema delle liberalizzazioni meriterebbe più cautela: una cosa è togliere potere alle corporazioni eliminando posizioni di monopolio, altro è privatizzare beni e servizi pubblici di interesse generale che devono mantenere un carattere universalistico. Per affrontare queste sfide serve un nuovo patto sociale. Fa bene il sindacato a non voler limitare il confronto al solo mercato del lavoro, perché se il progetto deve essere complessivo le parti sociali vanno coinvolte su tutto l'insieme delle politiche. Tutte le parti sociali, perché anche il terzo settore ha molto da dire su cosa fare per uscire da questa crisi.

L'Italia sono anch'io

L'Italia sono anch'io Si sono dati appuntamento a Firenze per ricordare Samb e Diop uccisi dal razzismo ed erano in migliaia da ogni parte d’Italia. Attorno ai giovani senegalesi si è stretta tutta la città: associazioni e partiti, istituzioni e cittadini hanno sfilato insieme trasformando il lungo e composto corteo funebre nella manifestazione antirazzista più grande degli ultimi tempi. Così è stato anche in altre città. È importante che di fronte agli episodi dei giorni scorsi la risposta civile sia stata forte e unitaria. Ma non bastano l’indignazione e la solidarietà di un giorno, bisogna che tutti facciamo una seria riflessione e ci assumiamo impegni concreti. Si sta passando il livello di guardia. Sempre più spesso l’imbarbarimento delle relazioni umane sfocia in manifestazioni di xenofobia che sarà bene non derubricare a semplici episodi di follia. C’è davvero un problema di razzismo oggi in Italia. È la reazione patologica di una società impaurita e incattivita che fa dell’immigrato il capro espiatorio del proprio malessere; è il fastidio per il diverso, l’incapacità di accettare l’altro in una società che sembra smarrire la bussola della convivenza. L’Italia è cambiata, gli immigrati sono ormai una componente importante del Paese. C’è bisogno di capire questi mutamenti per trovare le ragioni di una nuova coesione, che è possibile e necessaria. La politica e le istituzioni, la cultura e l’informazione dovrebbero aiutare questo sforzo. Invece spesso hanno inseguito le paure, dipinto l’immigrazione come una minaccia, giustificato politiche scellerate e persecutorie che fanno dei migranti i cittadini di serie b, senza diritti né tutele. I media hanno soffiato sul fuoco della paura associando immigrazione e criminalità, enfatizzando gli episodi negativi e ignorando le tante buone pratiche di integrazione, nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nelle famiglie. Se si alimenta il pregiudizio verso i migranti si inietta veleno nelle relazioni sociali e si finisce per legittimare e incentivare il nuovo razzismo. Per arginarlo va cambiato il clima culturale del Paese ma vanno anche cambiate le politiche sull’immigrazione: favorire gli ingressi regolari, riconoscere ai nuovi cittadini pari dignità e uguali diritti. Per questo le leggi d’iniziativa popolare per riformare le norme sulla cittadinanza e riconoscere ai migranti il diritto di voto amministrativo non sono provvedimenti “per loro” ma per tutti, per il futuro dell’Italia. Che siamo tutti noi, appunto.
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