Il ricordo di Guccini è unico, sia esso in bianco e nero o a colori, in quelle trasmissioni stile Folkstudio dove la Rai degli anni ’60 presentava i cantautori emergenti, o nelle sue sempre memorabili esibizioni, carnali e possenti, dal vivo. Questa è la fotografia che lo mostra negli anni, gigantesco nella sua fisicità e nella coerenza, come quando per combattere il clima di un’Italia sempre più illiberale, senza fare tanti giri di parole usava un verbo semplice “resistere”. E’ giusto ricordarlo il 14 giugno giorno in cui festeggia il suoi primi 70 anni e si celebra il Guccini cantautore di talento e acclamato scrittore, prezioso affabulatore, apprezzato poeta, giocoliere del testo che appartiene alla famiglia dei cantastorie. L’amore imperituro nei suoi confronti di generazioni lontane fra loro, dai suoi coetanei ai quindicenni, se l’è anche conquistato così, mantenendosi sempre, con Fabrizio De Andrè, il più coerente dei nostri cantautori. Coerente alle sue scelte musicali e politiche senza farsi mai condizionare da mode o interventi esterni, è rimasto sempre sé stesso, capace di brindare al Che senza aver paura di apparire un “vecchio” militante passatista. Gesti plateali che ha sempre riproposto anche dal vivo, l’altro terreno dove ha conquistato la sua popolarità, raccontando storie e facezie al suo pubblico, nell’unico modo che ha sempre conosciuto, senza maschere o recite. Questo modo di essere paradossalmente lo ha avvicinato più di tutti i nostri artisti alle stelle della canzone d’autore. Lui così italiano e poco internazionale si avvicina più di ogni altro autore italiano al modello degli Aznavour, Cohen, Brel, mai travolti dalle mode ma sempre coerenti alla loro musica. Non per caso nelle sue interviste sono emerse le più lucide analisi sul modello della canzone. Mentre altri si sforzavano di confondere alto e basso Guccini ha sempre avuto il coraggio di parlare di canzone d’autore distinguendola nettamente da quella commerciale usando termini fuori moda, forse, ma che ritrovavano tutta la loro essenziale ragione proprio quando si esprimevano attraverso veementi aggressioni politiche o sentimentali (L’avvelenata). Oppure direttamente spiegate ora, che viene tempestato da interviste per i suoi Settanta anni, quando continua a dire, come faceva nelle interviste in bianco e nero, che la canzone nasce quando si vuol mettere in musica idee o pensieri che si hanno la testa. Una formula semplice che si è ripetuta negli anni ma non è mai stata ripetitiva perché in ogni disco, Guccini ha messo sempre le idee che lo ispiravano in quel momento. Basta scorrere i dischi realizzati dal musicista per averne un’immagine immediata, da “Folk beat n. 1” a “Via Paolo Fabbri 43” passando per “Due anni dopo”, “Stanze di vita quotidiana” e “Parnassius Guccinii” nessuno di essi è irrilevante, sono tutti significativi anche quando, soprattutto nel periodo che va fino agli anni a “Signora Bovary”, i dischi erano realizzati in modo scarno, spesso nella forma di ballate con arrangiamenti classici, magari datati. Ognuno di essi invece ci ha raccontato i sentimenti sinceri di un uomo che ha attraversato il secondo dopo guerra usando la storia e la letteratura con il nobile distacco del colto che però si rifugiava nelle sue terre contadine per recuperare identità e passione senza farsi irretire dalla retorica della canzone. Tenendosi ben lontano dalla televisione “perché – ha detto - senza criticare ciò che si vede in tv il pubblico forse in me riconosce qualcosa che appartiene ad un altro mondo culturale e artistico”. Ecco perché forse la canzone che meglio rappresenta il cantautore di Modena è Cirano (dall’ album “D’amore di morte e di altre sciocchezze”) e non le popolarissime Auschwitz, La Locomotiva o la struggente Canzone per un’amica, perché ci restituiscono un Guccini guascone, sincero e poetico, capace di mettere in musica un eroe perdente e appassionato.
Felice Liperi
Giornalista, autore del libro "Storia della canzone italiana" Eri - Edizioni Rai.