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Amnesty inchioda Israele

Nuovo e durissimo attacco di Amnesty a Israele per la sua "escalation di violazioni su scala senza precedenti negli ultimi mesi" contro i territori e la popolazione palestinese. Melinda Ching, rappresentante di Amnesty a Ginevra, ha accusato lo stato ebraico di omicidi, bombardamenti al di fuori di ogni legge sulle aree residenziali, esecuzioni mirate, torture e demolizioni su larga scala di case palestinesi. Amnesty rilancia il suo appello all'Onu per l'invio immediato di osservatori internazionali in Cisgiordania e Gaza. Intanto Israele continua nelle sue pratiche criminali. Sei palestinesi uccisi nella battaglia di Ramallah, altri 3 eliminati "selettivamente" con un missile e 4 sequestrati (o uccisi) a Tulkarem. Sharon, in concomitanza con l'arrivo, ieri, dell'emissario americano Anthony Zinni, dice di avere ordinato il ritiro dei 150 tank e dei 20 mila uomini da Ramallah. Ma Arafat e l'Anp smentiscono: ci sono carri e cecchini israeliani dappertutto in città e i bulldozer scavano trincee. A Betlemme i tank israeliani hanno colpito perfino la statua della Madonna. La resistenza palestinese ha distrutto ieri il secondo tank Merkava 3 – orgoglio della tecnologia israeliana, il primo fu centrato in febbraio -, uccidendo tre militari israeliani di scorta a un convoglio di coloni nella striscia di Gaza. Da Washington il presidente Bush, per non ostacolare la missione anti-Iraq in Medio oriente del suo vice Cheney, ha annunciato che gli Usa congelano 800 milioni di dollari "aggiuntivi" recentemente richiesti da Israele. Da Berlino il direttore d'orchestra Daniel Barenboim, che è ebreo e cittadini israeliano, ha dichiarato di mantenere fermo l'impegno di andare a Ramallah "il più presto possibile" (mercoledì le autorità israeliani gliel'avevano pribito) per dirigere un concerto nel tentativo di contribuire a fermare "la spirale della violenza".
La storia di Huda e Steve
Huda Al-Masri vive, per buona parte dell'anno, assieme al marito Steve e alla figlia Deema, a Kent, nell'Ohio. Nata e cresciuta a Ramallah, torna appena può in Cisgiordania per organizzare la partenza per gli Stati uniti e l'Europa di bambini palestinesi disabili o feriti durante l'Intifada per essere curati gratuitamente all'estero. Gli ultimi quattro giorni del mese che ha già trascorso a Ramallah, hanno visto Huda barricata in casa, insieme alla piccola Deema. Non può uscire, è prigioniera nella sua abitazione a causa della presenza ravvicinata dei carri armati israeliani che lunedì notte hanno rioccupato Ramallah provocando morti e distruzioni senza precedenti. "Non possiamo far altro che rimanere in casa e sperare, ma intanto le scorte di cibo e di latte si stanno esaurendo. Raggiungere i pochi negozi aperti che sfidano il coprifuoco israeliano può significare la morte", racconta. Huda da quattro giorni non vede il marito. Steve che lunedì sera era a Gerusalemme, è rimasto bloccato al posto di blocco di Kalandia. I soldati non lo hanno fatto ancora fatto passare. "Ma il problema più grave è la presenza dei carri armati a Ramallah. Rischierei soltanto di farmi ammazzare tentando di raggiugere il centro della città dove si trovano mia moglie e mia figlia", dice con espressione tesa. Così Steve da martedì passa gran parte della giornata a Kalandia, nella speranza che l'esercito di occupazione tolga l'assedio a Ramallah. "Ma in queste sere sono sempre tornato a Gerusalemme. E' troppo pericoloso rimanere qui durante la notte. I soldati aprono il fuoco contro qualsiasi cosa che si muove". Steve si è rivolto più volte al consolato americano a Gerusalemme. "Ma non si sono degnati di rispondere alle mie richieste di aiuto".
Quello di Steve, Huda e della piccola Deema, è solo uno delle centinaia di casi di palestinesi, e anche di qualche straniero, tagliati fuori dalla rioccupazione di Ramallah e dal blocco totale imposto dall'esercito a tutto quel distretto. Famiglie divise, spezzate, persone ammalate che hanno bisogno di cure urgenti e che non hanno possibilità di raggiungere un ospedale perchè rischiano ancora di finire sotto il fuoco israeliano. "Le ultime settimane e giorni sono terribili per la nostra organizzazione", spiega Yunis Al-Khatib, presidente aggiunto della Mezzaluna rossa. "Le nostre ambulanze in decine di casi sono finite sotto il fuoco dell'esercito israeliano. Due medici e tre infermieri sono stati uccisi, un altra dozzina feriti".
A Ramallah, dove mercoledì è stato ucciso da una raffica israeliana il fotografo italiano Raffaele Ciriello, le ambulanze ieri sera continuavano a rimanere nei parcheggi degli ospedali perché i soldati, e in particolare i tiratori scelti, continuano a sparare su chi infrange il cessate il fuoco. Fino a due giorni fa erano le jeep della Croce Rossa internazionale a scortare le ambulanze della Mezzaluna rossa ma, ci ha detto ieri una portavoce della Cri, "siamo stati costretti a fermarci perché lunedì i soldati hanno sparato anche contro una nostra automobile". Nessuno è al sicuro, nessuno può sentirsi protetto: giornalisti, operatori sanitari e umanitari, civili innocenti. Tutti possono diventare un bersaglio.
Anche le scuole dell'Unrwa. A Ramallah un carro armato israeliano ha distrutto la recinzione di una scuola dell'agenzia delle Nazioni Unite che poi è stata trasformata dai soldati in una base temporanea. Per 36 ore, il personale della scuola è rimasto prigioniero in alcune aule perché i soldati minacciavano chiunque si avviava verso l'uscita. E le restrizioni al personale medico e ai mezzi di soccorso non solo non hanno consentito il trasporto in ospedale dei feriti ma anche dei morti. Martedì mattina Shefa Tawil di 56 anni è deceduta per un infarto quando ha visto arrivare i carri armati vicino casa. Sino a mercoledì sera i familiari non avevano ancora avuto modo di seppellirla.
A Jabalya, il campo profughi dove nel 1987 cominciò la prima Intifada contro l'occupazione, tante famiglie palestinesi cercano di superare il dolore per i lutti subiti nell'ultima devastante incursione israeliana. E' tuttavia inconsolabile la famiglia Izzadin. In pochi secondi il capofamiglia Abdel Rahman, 54 anni, e il figlio Walid, 36, sono stati uccisi. E nessun sa perché. "Lunedì Abdel Rahman si era accorto della presenza dei soldati israeliani vicino casa – racconta la moglie Salwa -, ci ha detto di andare tutti nella stanza da letto. Poi ha aperto la porta e i soldati lo hanno ammazzato. Walid è corso in aiuto del padre e pochi secondi dopo era morto anche lui. Me li hanno ammazzati senza un perché". L'incursione a Jabalya lunedì è durata appena tre ore, dalle 22.30 all'1.30, ma sono bastate uccidere 18 palestinesi e ferire di alcune decine. Solo pochi tra questi avevano cercato di resistere al raid israeliano. "Avevo cercato soltanto di capire cosa stava accadendo nel campo. Sono stato colpito subito, è successo tutto in pochi attimi", dice Mohammed Madhun, 50 anni, ferito al braccio e a un fianco mentre era sul terrazzo di casa. Ma se di Jabalya almeno i mezzi d'informazione hanno potuto riferire cosa è accaduto, in altre parti di Gaza la cronaca quotidiana è altrettanto terribile ma non raggiungere giornali e televisioni. E' il caso delle durissime condizioni di vita degli 8.000 palestinesi che vivono a Mawasi, un'area agricola, tra Khan Yunis e le colonie ebraiche di Gush Qatif, che da mesi è sotto il controllo totale dell'esercito israeliano. Fathi Subuh, 45 anni, contadino sin da ragazzo, ha riferito della distruzione sistematica dei campi coltivati e alcune case di Mawasi da parte dei militari israeliani. "Negli ultimi giorni i soldati hanno spianato una striscia di terra lunga tre chilometri e larga 100-150 metri nella zona di Tel Jihan/Tel Rihan – racconta Fathi -, altri 26 ettari di campi coltivati sono stati distrutti nelle ultime ore". L'esercito non si è preoccupato di spiegare perché. Per la gente di Mawasi inoltre recarsi a Khan Yunis rimane una impresa disperata mentre i pescatori di questo piccolo lembo di terra non hanno ancora ricevuto dall'esercito il permesso speciale per andare a pescare.

15.03.2002