Per una comune cultura civile
Numero 14 del 11 Aprile 2006
Due dati oggettivi emergono da queste elezioni incerte fino all'ultimo voto. Primo, il centrosinistra ha vinto perché ha ottenuto la maggioranza dei seggi sia alla Camera che al Senato, nonostante gli artifici di una pessima legge elettorale, risultati letali proprio per chi li aveva costruiti. Secondo, il voto fotografa un paese profondamente diviso, la polarizzazione attorno ai due schieramenti si traduce in una sostanziale parità che cela il rischio dell'ingovernabilità.
La frattura dell'elettorato italiano è uno specchio della crisi della società europea: l'opposizione sociale alle ingiustizie e agli squilibri provocati dal liberismo convive col senso di insicurezza, la paura del nuovo, la chiusura corporativa in difesa dei propri interessi. Contraddizioni che hanno pervaso una campagna elettorale in cui menzogne e forzature ideologiche oscuravano i programmi e la paura frenava la spinta al cambiamento.
Chiamati in massa alle urne dal clima di resa dei conti, i cittadini avevano di fronte due progetti di società incompatibili fra loro, ma non hanno espresso la scelta netta che avevamo auspicato. L'Unione ha vinto di misura, Berlusconi lascerà il governo ma il berlusconismo non è sconfitto. L'ideologia del profitto e dell'interesse privato è penetrata nel paese e si traduce nell'egemonia culturale della destra su vasti strati popolari.
Non è il caso di esaltare una vittoria inferiore alle aspettative, ma neppure di sottovalutare l'importanza di un liberatorio cambio di governo. Né servono rassicuranti semplificazioni per spiegare il mancato ko da parte dell'Unione con i limiti di un programma troppo poco radicale o troppo poco moderato a seconda dei casi. Serve invece una riflessione sul paese, sul perché il berlusconismo non crolla sotto le macerie sociali che pure ha provocato.
La spaccatura emersa dal voto non si risolve con improbabili e ambigue grandi intese, ma lavorando per ricostruire dal basso una comune cultura civile. Non c'è tempo da perdere. L'Unione deve avviare la realizzazione del suo programma assumendo la responsabilità di governo che le compete, la mobilitazione civile deve trovare nuovo slancio, a partire dal prossimo decisivo referendum in difesa della Costituzione.