Il Codice Antimafia va reso al più presto davvero operativo

19/10/2017

 

 

di Giulia Migneco, Avviso Pubblico

 

Beni-confiscati-2.jpgCon l’approvazione in via definitiva della Riforma del Codice Antimafia si chiude un ‘ciclo’ iniziato nel 2012 con la proposta di legge di iniziativa popolare Io riattivo il lavoro. Fu proprio quella mobilitazione, promossa dalla CGIL e sostenuta da Arci, Avviso Pubblico, Acli, Centro Studi Pio La Torre, Libera, Lega Coop e SOS Impresa che mise finalmente in moto una discussione politica fino a quel momento assente, incapace di comprendere la necessità di sostenere la ricollocazione nel circuito di legalità dei beni sottratti ai mafiosi, attraverso i sequestri penali e di prevenzione.

Il primo soggetto a raccogliere il grido di allarme della società civile fu proprio la Commissione Parlamentare Antimafia. La Presidente Rosy Bindi ampliò quel testo originario presentando due proposte di legge di iniziativa parlamentare, delle quali lei stessa prima firmataria alla Camera e il Senatore Mirabelli primo firmatario al Senato. Quella iniziativa era stata preceduta da una relazione della Commissione Antimafia stessa che era stata votata all’unanimità dai due rami del Parlamento.

In questi cinque anni non sono certo mancati confronti e discussioni nel corso dei quali questo schieramento di Associazioni è stato fortemente presente con iniziative di mobilitazione, presidi al Senato e alla Camera, convegni. Un apporto importante a questa conclusione positiva della vicenda lo hanno dato, oltre ai primi firmatari delle leggi di iniziativa parlamentare, i due relatori in Commissione Giustizia della Camera e del Senato, l’On. Davide Mattiello e il Sen. Giuseppe Lumia, e la Presidente della Commissione Giustizia della Camera Donatella Ferranti. Senza la loro ferma intenzione di tradurre legislativamente le esigenze che le associazioni avevano manifestato, difficilmente si sarebbe raggiunto questo risultato.

Adesso, che si è finalmente imboccata la strada giusta, il Codice Antimafia va reso operativo nel più breve tempo possibile. Questo è quello che oggi hanno chiesto con forza la rete delle associazioni del comitato promotore della campagna Io Riattivo il Lavoro: il Governo deve rendere operative le deleghe ricevute, così come si devono varare i decreti attuativi previsti; devono nascere i tavoli territoriali presso le Prefetture in modo che la gestione del riutilizzo dei beni sequestrati sia la più rapida e condivisa possibile; deve essere potenziata l’Agenzia Nazionale portandola a 200 dipendenti, rivedendone l’organizzazione del lavoro, scegliendo le giuste professionalità.

La vera lotta alle mafie e ai colletti bianchi - come tramandatoci da Pio La Torre - parte dall’attacco alle loro ricchezze economiche. I dati del Dossier presentati in conferenza stampa, se ancora ce ne fosse bisogno, dimostrano quanto questa sia un’occasione che non possiamo perdere.

La corruzione ha dei costi esorbitanti che vengono pagati dai cittadini onesti in termini sia economici, per esempio attraverso una tassazione sempre più alta, che di peggiori servizi, negazione di diritti e opportunità. Non è semplice calcolare i costi della corruzione. Tra le stime più accreditate si può citare quella elaborata dal prof. Lucio Picci dell’Università di Bologna, secondo il quale, se in Italia ci fosse la stessa corruzione che c’è in Germania il PIL pro-capite degli italiani sarebbe più alto di quasi 10 mila euro all’anno e questo significherebbe 585 miliardi circa di euro di ricchezza prodotta. Sottrarre questo maltolto e restituirlo alla collettività non solo dà forza e credibilità alle Istituzioni, ma permette di investire risorse utili per un rilancio economico, sociale e culturale del nostro Paese.

Lo Stato inoltre possiede con i sequestri un immenso patrimonio per volumi di affari e per numero di dipendenti coinvolti che a fronte del sequestro viene acquisito al patrimonio dello stato, dopo essere stato sottratto all’economia mafiosa. Si tratta di un fenomeno che riguarda 13.375 aziende sequestrate, di cui 7.351 attive e di cui 2.515 effettivamente operative. Il dato generale ci dice quanto ampio sia il fenomeno dell’investimento che le mafie operano nell’economia del paese.

Un dato che richiama le responsabilità dello Stato ad esercitare tutte le azioni necessarie per valorizzare le opportunità economiche e di riscatto sociale che ne derivano.

Infine se analizziamo le esperienze di riutilizzo sociale riconducibili al terzo settore (escludendo i beni confiscati gestiti direttamente dalle amministrazioni centrali dello Stato e dagli enti locali per finalità pubbliche) dal 2014 ad oggi scopriamo, grazie ad un monitoraggio effettuato da Libera, che in totale sono 669. Un dato che evidenzia come una parte del Paese ha saputo trasformare dei segni di potere mafioso sul territorio in opportunità e alternative per il contesto sociale di riferimento: centri di aggregazione, percorsi di reinserimento lavorativo e sviluppo del territorio sono solo alcune delle attività che hanno trasformato questi luoghi da beni confiscati a beni comuni.

Adesso bisogna battersi affinché queste opportunità siano colte pienamente, vigilando e accendendo i riflettori in modo che questa bella riforma non rimanga solo sulla carta.

 

ArciReport, 20 ottobre 2017



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