Una Dichiarazione retorica, che impegna solo al rilancio dell’industria bellica

31/03/2017

 

 

di Luciana Castellina, presidente onoraria Arci

 

IMG-20170325-WA0007.jpgSi dirà che le dichiarazioni emesse da vertici diplomatici quali sono quelli che vedono assieme, per 24 ore, 27 primi ministri, non possono essere che generici e retorici. Ma è lecito chiedersi se proprio questo linguaggio non sia una delle cause della dilagante antipolitica. Perchè a leggere tali documenti viene l’orticaria a qualsiasi persona ragionevole, l’impressione di esser presi per i fondelli. Vi pare infatti possibile che nel momento di una crisi così profonda ed evidente del processo di unificazione europeo si offra ai cittadini una solenne dichiarazione in cui si esprime solo soddisfazione e orgoglio per gli obiettivi raggiunti, senza un’ombra di riflessione autocritica? Basterebbe questo a rendere palese il solco che separa l’establishment politico e i comuni mortali.

Nella dichiarazione dei 27 ci si lamenta per i nuovi problemi cui deve far fronte l’Unione (‘sfide senza precedenti’ vengono chiamati): conflitti regionali; terrorismo; pressioni migratorie; disuguaglianze sociali ed economiche. Sembra, dal testo, che queste calamità siano naturali, come la pioggia o il terremoto. Di cui l’Unione è rimasta vittima, come Amatrice. Neppure un dubbio che di ciascuno di questi fenomeni sia responsabile in larga parte proprio l’Europa stessa: per quanto ha fatto nei secoli (colonialismo, interventi  militari dissennati in Medio Oriente, catastrofi climatiche generate da un irresponsabile  modello di sviluppo) e per le punitive misure assunte in questi ultimi anni di crisi a danno dei paesi, e degli strati sociali, più deboli, in osservanza dell’ortodossia dei Trattati. Che tuttavia vengono richiamati nella Dichiarazione non per dire che forse debbono esser rivisti, ma per riaffermarne la piena validità. (Agiremo - si legge - «in linea con i trattati».) La sola innovazione annunciata, è davvero pericolosa (e 20170325_122947.jpgmeraviglia che nell’orgia retorica di questa celebrazione la sua portata sia andata smarrita). È quella che riguarda il progetto di rilancio dell’industria bellica europea (per altro già detentrice di una ragguardevole quota sul mercato globale), per far fronte ai nostri impegni con la Nato. Trump può stare tranquillo, pagheremo la nostra parte per spingere il Patto Atlantico fin dove si può, anche sotto le mura del Cremlino, così contribuendo inevitabilmente a rendere Putin più popolare nel suo paese. 

Ma pericoloso l’annuncio è anche per altre ragioni: indica l’intenzione di rafforzare l’export delle nostre armi ai peggiori paesi esistenti, Arabia Saudita in primo luogo. Peggio: indica l’orientamento a perseguire la dissennata politica degli interventi  militari in giro per il mondo, quelli detti ‘umanitari’. Non solo: poichè si dichiara che occorre rafforzare le nostre frontiere esterne, e la frase è posta in collegamento con i flussi  migratori, si potrebbe pensare che si intenda affrontare i barconi con le cannonate. Forse sarà bene tirare fuori dai  cassetti il nostro vecchio movimento per la pace. Rischiamo di averne molto molto bisogno.

 

ArciReport, 31 marzo 2017

 



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