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Gli “accordi di sangue” tra Minniti e le tribù libiche per bloccare i flussi

06/04/2017

 

 

di Sara Prestianni, Ufficio Immigrazione Arci nazionale

 

f4_0_pianeta-migranti-libia-se-questi-sono-uomini1-580x326.jpgPiù a Sud delle coste libiche. Prima del Mediterraneo. È in pieno deserto che il governo italiano intende bloccare i migranti decisi a oltrepassare il mare, per raggiungere l’Europa. Sta tutto qui il senso dell’accordo di pace raggiunto al Viminale, tra le diverse tribù del sud della Libia.

La firma è giunta venerdì sera, dopo una maratona a porte chiuse di 72 ore. Scorrendo i dodici punti che compongono l’intesa, spicca quello che viene definito «il contrasto al traffico di esseri umani, ma anche al terrorismo jihadista e alla radicalizzazione».

Obbiettivo principale, insomma, sarà quello di interrompere la rotta migratoria dall’Africa occidentale, lungo i 5mila chilometri di confine che viaggiano nel Sahara, separando la Libia dall’Algeria, dal Niger e dal Ciad. A presidiarlo, d’ora in avanti, dovranno essere gli stessi clan. Un nuovo capitolo nel processo di esternalizzazione del controllo delle frontiere, il sistema con cui l’Italia sta incatenando l’Africa.

«Per noi beduini gli accordi sono un fatto di sangue - la garanzia dei capi tribù». «Io sono calabrese e anche per noi conta il sangue» la risposta del ministro dell’Interno, Marco Minniti.

Eppure il sangue con cui viene siglato questo accordo rischia di essere ancora una volta quello degli stessi migranti.  L’atto preparatorio dell’incontro era stato siglato il 2 febbraio dai premier Paolo Gentiloni e Al Sarraj. Il 30 marzo a Roma, Serraj aveva avanzato delle richieste precise: motovedette, radars, gip, sistemi di controllo per un valore totale di 800 milioni di euro. Molto di più dei 200 milioni promessi dall’Italia e dei 200 milioni del Fondo Fiduciaro d’Urgenza, stanziati dalla Commissione. Se il mare continua a rigettare cadaveri di migranti e le informazioni di arresti e detenzioni sembrano moltiplicarsi, poco è cambiato nello scacchiere libico, dove la stabilità resta una chimera. La guerra tra le tribù, rimasta latente per oltre 40 anni, durante il regime del Qaid Mu’hammar Gheddafi, era esplosa nell’autunno del 2011, dopo la sua esecuzione a Sirte. Il cadavere della rivoluzione del 17 febbraio. Da allora i clan si sono dati battaglia, divisi secondo le convenienze nelle alleanze con i governi di Tobruk e Tripoli, o nel franchising libico del Daesh.

Da più parti, viene osservato come l’area sia ormai caratterizzata da un’instabilità cronica, che renderebbe utopico qualsiasi proposito di una pace duratura. Ma sembra che il controllo delle frontiere accechi il realismo dei dirigenti europei e soprattutto italiani.

Ma il tema principale resta quello umanitario e politico.

L’Italia, nonostante la storia abbia insegnato il tragico impatto di una collaborazione con un paese come la Libia, continua a perseverare a delegare la gestione del controllo delle frontiere, a un governo instabile, attraversato da lotte intestine e che, per di più, pratica sistematicamente la tortura nei molteplici centri di detenzione per stranieri disseminati nel paese.

 

ArciReport, 6 aprile 2017



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