Ridare senso e sogno al progetto europeo

12/04/2017

 

 

di Raffaella Bolini, Relazioni internazionali Arci

 

20170325_133035.jpgSolo qualche volta il mestiere delle organizzazioni sociali consiste nell’intercettare un sentimento già diffuso per aiutarlo ad esprimersi collettivamente - e diventare così fattore di cambiamento.

Altre volte, invece, bisogna andare controcorrente e provare a costruire un sentire che non c’è, ma che è necessario si affermi. Per questo possiamo dire che il corteo del 25 marzo La nostra Europa è stato un successo.

In una città blindata, con un clima di tensione diffuso ad arte, è sfilato allegro e colorato, piccolo rispetto ai grandi numeri ma ricco di diversità conviventi.

Le reti associative europee, anche quelle meno abituate alle manifestazioni di piazza, hanno sfilato fianco a fianco dei centri sociali. I sindacati della CES insieme al sindacalismo di base. Spezzoni associativi vicino a leaders politici delle varie sinistre europee.

Al Colosseo poi, il metodo della convergenza ‘multistrato’ ha consentito a tre diversi spezzoni di sfilare insieme. Il corteo della Nostra Europa, la Marcia per l’Europa dei federalisti, il settore Libertà di movimento si sono fisicamente intrecciati, ciascuno conservando il proprio carattere e tutti mettendo in comune l’elemento fondamentale: la scelta di campo radicalmente europeista.

Unico elemento poco compatibile, la presenza del ministro Orlando arrivato con il corteo dei federalisti sotto a un palco che contestava il decreto a firma sua e di Minniti. L’incontro si è trasformato in un dibattito acceso e civile illuminato dai flash dei giornalisti - che forse speravano nella rissa. È stata invece una giornata in cui il senso di responsabilità era talmente condiviso da non lasciare alcuno spazio a tensioni interne. Avevamo deciso di dover dare un segnale e sapevamo di doverlo fare al meglio.

Non si potevano lasciare le strade di Roma nelle mani degli anti-europeisti di destra o di sinistra, bisognava dimostrare che esiste una area, potenzialmente grande, che non vuole tornare alle frontiere nazionali, che vuole difendere l’Europa e che sa di doverla cambiare perché non muoia, uccisa da nazionalismi reazionari e suicidata dalla sua stessa leadership. E lo abbiamo fatto.

Non è impresa facile, parlare di Europa. Nessuna delle tante manifestazioni del 25 marzo ha portato in piazza le masse. Anche al corteo di Eurostop c’erano solo militanti, e quello della destra è stata fortunatamente un vero flop. Del resto, del tutto opaca è stata anche la celebrazione ufficiale del sessantesimo dei Trattati di Roma, nei giorni della ufficializzazione della Brexit.

I governi europei hanno ancora una volta dimostrato di non riuscire a indicare una strada per uscire dalla crisi, e si sono rifugiati dietro una unica barricata: quella della difesa europea armata e del securitarismo, solo punto di rilievo nella dichiarazione conclusiva del vertice.

Noi invece possiamo dichiarare vinta una scommessa difficile, lanciata a dicembre con un invito dell’Arci a un ampio spettro di organizzazioni sociali, nessuna delle quali si è tirata indietro.

Passato il momento dei complimenti, rimane la domanda: e ora?

20170325_123429.jpgLa convergenza creata intorno a La nostra Europa è davvero ampia, sia a livello italiano che europeo. Ha funzionato. Ha coperto un vuoto pericoloso in un giorno difficile. Ha fatto un primo passo. Possiamo lasciare che si dissolva, mentre intatti rimangono tutti i problemi, i rischi, i drammi di questa nostra Europa in pericolo?

Intanto vanno seguite due questioni gravi, entrambe legate al diritto di espressione e manifestazione. Uno dei numerosi dibattiti del forum La nostra Europa si è dovuto svolgere fuori dalle aule dell’Università La Sapienza. Il seminario sulle responsabilità europee per la Palestina, con la presenza di un israeliano, un palestinese e di numerosi parlamentari italiani, è stato vietato dal Rettore, sulla base della denuncia di un sedicente osservatorio sulle discriminazioni che sta perseguitando tutte le iniziative del genere. E il 25 marzo interi bus sono stati bloccati alle porte di Roma, centinaia di attivisti reclusi per ore, e DASPO pluriennali sono stati comminati a persone in totale assenza di reato o di prove relative alla loro pericolosità: sono bastate felpe con cappuccio a rovinare la vita a persone che non potranno rimettere per due anni piede nella città dove studiano e lavorano.

La nostra Europa ha inviato una lettera aperta alle massime autorità dello stato per denunciare entrambe le cose.

Nel frattempo, si discute sul futuro. Le organizzazioni italiane coinvolte hanno tutte dichiarato di voler continuare a lavorare insieme. Stiamo contattando le reti europee, per verificare le loro intenzioni e organizzare una riunione. Attraverseremo le tante e diverse occasioni di incontro e mobilitazione europea del prossimo periodo, da Sabir al G20 ad Amburgo a inizio luglio per intercettare attori sociali, politici, intellettuali.

Reti e vertenze di settore in Europa ce ne sono tante: non c’è da duplicare il lavoro di altri. Manca invece una sede dove mettere in comunicazione i diversi settori e le diverse componenti, dove affrontare le comuni questioni europee, dove confrontarsi su come affrontare i nuovi problemi e i nuovi avversari, dove sviluppare un progetto di alternativa credibile, convincente e popolare. E dove finalmente unire davvero l’est e l’ovest, il nord e sud anche attraverso la cultura, l’informazione e la solidarietà concreta.

È un obiettivo ambizioso, e non è detto che ci si riesca. Ma ridare senso e sogno al progetto europeo è troppo importante per non provare a realizzarlo.

Info: www.lanostraeuropa.org

 

ArciReport, 13 aprile 2017



Tags :

Lascia un Commento



(Il tuo indirizzo email non sarà visualizzato pubblicamente.)



image image image image image image image image image image image
rss
rss
rss
rss
rss
rss
rss
rss