Plan Condor: il processo in Italia

19/01/2017

 

 

La sentenza fa solo parzialmente giustizia

 

desaparecidos_1.jpgdi Ugo Zamburru, Consiglio nazionale Arci

 

Venti di libertà attraversavano il mondo negli anni sessanta: la contestazione studentesca, l’ambientalismo, il femminismo, il pacifismo, il movimento hippy e le grandi riunioni musicali come a Woodstock.

L’America Latina fu coinvolta da questa ondata, sotto l’influenza in particolare dei movimenti guevaristi che si rifacevano alla rivoluzione cubana e all’esempio del Che Guevara e dei Comitati Ecclesiastici di Base legati alla Teologia della Liberazione. Tale ondata aveva trasformato il continente in un grande laboratorio di esperienze che lottavano per l’uguaglianza e l’autodeterminazione dei popoli.

Tutto ciò era inaccettabile per le multinazionali e i governi che più traevano benefici dallo sfruttamento del terzo mondo, Usa in testa che considerava l’America Latina «il proprio cortile di casa». Per questo i successivi colpi di stato sono definiti militari, ma anche economici e clericali  (per la connivenza delle alte gerarchie ecclesiastiche, nonostante la morte e tortura di molti preti della teologia della liberazione)

Iniziavano così i colpi di stato militare per ripristinare l’ordine costituito: in Brasile nel 1964, in Bolivia nel 1970, in Cile e Uruguay nel 1973, in Argentina nel 1976.

Colpi di stato militari che, come scrisse lo scrittore argentino Rodolfo Walsh nella sua famosa Carta aperta alla dittatura altro non erano se non il modo per lanciare un processo economico liberista (Walsh fu ucciso durante la dittatura dopo essere entrato in clandestinità).

Sotto la supervisione della C.I.A. fu lanciato il Plan Condor, una collaborazione tra queste nazioni per catturare e restituire al paese di origine i dissidenti che riuscivano a raggiungere una nazione limitrofa con l’illusione di essere in salvo.

processo_condor.jpgL’impunità regnò sovrana anche con il ritorno delle democrazie, peraltro fragili e ancora condizionate dal processo neoliberista. Solo nel 2006 l’esempio argentino, con l’inizio dei processi ai militari che continuano tutt’ora, seppe scuotere le coscienze. Fino a quell’anno le associazioni dei diritti umani, prime le Madres de plaza de Mayo, resistettero vedendo che altre nazioni avevano iniziato i processi per i desaparecidos con la doppia nazionalità, tra cui nel 1999 l’Italia che avviò un processo per la scomparsa di cittadini argentini che avevano anche la nazionalità italiana.

Ora questi processi continuano: il 17 gennaio 2017 nell’aula bunker di Rebibbia a Roma è stata emessa la sentenza del ‘Processo Condor’ per il sequestro e l’omicidio di 42 giovani, tra cui 20 italiani, avvenuti in Cile, Argentina, Bolivia, Brasile e Uruguay tra il 1973 e il 1978. Gran parte di loro sono ancora oggi desaparecidos, i corpi non sono mai stati ritrovati. Dopo quasi due anni di dibattimento, 60 udienze e con l’audizione di decine di testimoni, esperti, familiari e compagni di prigionia delle vittime, si conclude il procedimento su 34 imputati appartenenti alle più alte gerarchie dei regimi militari che, tra gli anni ‘70 e gli anni ‘80, hanno governato i paesi dell’America Latina. Il sistema Condor, ordito per eliminare qualunque forma di opposizione e dissidenza di natura politica presente all’interno dei singoli stati, o tra gli esuli negli stati vicini, nato nel 1974 ad opera di Contreras e formalizzato a Montevideo nel 1975 dalle dittature delle varie nazioni latinoamericane ha causato la scomparsa e l’uccisione di decine di migliaia di persone, molte delle quali erano di origine o cittadinanza italiana.

Alle ore 9,30 presso l’Aula Bunker i Rebibbia, la Presidente della III sezione della Corte d’Assise di Roma, dottoressa Evelina Canale, ha dato l’avvio all’Udienza.

Il dibattimento è iniziato il 12 febbraio 2015 in seguito al rinvio a giudizio chiesto e ottenuto dal PM Giancarlo Capaldo nei confronti di 34 imputati tra capi di Stato, ufficiali, agenti di polizia e dei servizi segreti cileni, uruguaiani, boliviani e peruviani. Tra questi Manuel Contreras, capo della polizia segreta cilena del dittatore Pinochet, e di Sergio Arellano Stark, comandante della famigerata Carovana della morte, entrambi deceduti durante le udienze.

Tra gli imputati c’è molto interesse sulla sorte che toccherà un cittadino italo-uruguaiano Jorge Troccoli, accusato del sequestro e omicidio di 25 uruguaiani sequestrati in Argentina tra il 1977 ed il 1978. Troccoli è arrivato in Italia per sfuggire alla Giustizia uruguaiana.

Il 14 ottobre 2016 la Pm Tiziana Cugini, che ha condotto la maggior parte delle udienze, al termine della sua requisitoria ha chiesto 27 condanne all’ergastolo e un’assoluzione (5 imputati nel frattempo sono deceduti).

La sentenza vede 8 condanne all’ergastolo, 19 assoluzioni e 6 proscioglimenti. Troccoli ha ammesso di aver praticato tortura, senza uccidere nessuno ed è stato incredibilmente assolto.

Una giustizia parziale, ma come dicono le Madres de Plaza de Mayo «Ni un paso atras». Non un passo indietro di chi reclama giustizia.

 

ArciReport, 19 gennaio 2017



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