Sul reato di tortura una brutta legge frutto di una mediazione al ribasso

13/07/2017

 

 

di Maria Chiara Panesi, responsabile nazionale Arci Laicità e diritti civili

 

reato-di-tortura.jpgIl dizionario fornisce una definizione esaustiva per il termine tortura: «Coercizione fisica o morale allo scopo di estorcere confessioni o dichiarazioni».

Ma le definizioni in materia di diritti per quanto nette ed incontrovertibili, ancorate a principi saldi, subiscono inspiegabili evaporamenti laddove intraprendano il percorso verso l’aula parlamentare. Considerazione amara, frutto purtroppo dell’osservatorio della condotta e principalmente dei risultati prodotti dal Parlamento nelle ultime battaglie in materia di diritti, le unioni civili prima  e il fine vita poi.

Come definisce la tortura il nuovo disegno di legge che la introduce come reato nell’ordinamento italiano? Le parole sono pietre e mai come in questo caso una questione di lessico diventa questione di sostanza.

Un disegno di legge atteso da oltre trent’anni. Era infatti il 10 dicembre del 1984 quando l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adottò la Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, entrata in vigore nel 1987 ed ancora in attesa della ratifica di molti degli stati membri. Finalmente l’Italia si è dotata di una legge che consideriamo una forte mediazione al ribasso, un provvedimento in cui le parole evaporano ed il lessico diventa sostanza.

Ma iniziamo dalle origini. Era il 2013 quando Luigi Manconi presentò come primo firmatario un disegno di legge per l’introduzione nell’ordinamento italiano del reato di tortura, un disegno di legge che ha percorso tutto l’iter parlamentare, subendo numerosi rinvii tra Camera e Senato e numerose modifiche, giungendo oggi nella sua versione definitiva sostanzialmente stravolto.

Tre sono i punti critici denunciati da Antigone e molte altre associazioni che da anni si battono per la ratifica della Convenzione, a cui proviamo ad aggiungerne altri. Il primo punto è l’utilizzo del plurale, non è più punibile il singolo atto di violenza ma sono necessarie violenze e minacce gravi. E dunque, quante e ripetute violenze occorrono perché possa essere definita tortura? E quanti gli atti che così scivolerebbero sotto la soglia di impunità?

Ma non è sufficiente, si introduce la verificabilità del trauma psichico, come se gli effetti di un trauma potessero essere tutti oggettivamente traducibili in numeri o comportamenti, ignorando la complessità dell’essere umano, come se l’animo e la mente umana potessero essere messi a nudo e tradotti in stime. Ed in ultimo i tempi di prescrizione ordinari, ma del resto il reato di tortura viene nel ddl inquadrato come reato comune.

Ma aggiungiamo ulteriori elementi di criticità: per quale ratio il ddl introduce il torturatore privato?

Il concetto di tortura nasce per definizione Onu come crimine proprio di un pubblico ufficiale. Nel testo originario di Manconi si individuava il pubblico ufficiale «che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali». Oggi invece diventa «chiunque con violenze e minacce gravi», il distinguo rispetto ai fatti compiuti da pubblico ufficiale diventa un secondo comma. Perché la scelta del ‘chiunque’? Che bisogno avevamo di applicare il concetto di tortura a chi senza alcun titolo detiene in custodia persone e usa loro violenza? Laddove le stesse pene sono ad oggi già punite e definite dall’ordinamento italiano? Non ci abbandona la sensazione che sia il frutto di una mediazione tesa a rimarcare una sorta di alone d’impunibilità per chi riveste una divisa o un ruolo di pubblico ufficiale. E non ci abbandona l’amarezza per uno sguardo miope che ha visto un elemento di attacco in ciò che avrebbe potuto essere autoregolamentazione e deontologia professionale. I giuristi ci spiegano inoltre che questo comporta un passaggio da reato proprio (cioè proprio di una categoria di persone con una specifica qualifica) a reato comune, con tutto ciò che ne consegue.

Lo vogliamo dire con chiarezza, non possiamo dirci soddisfatti di questa legge e ci lasciano perplessi gli inviti ad esprimere soddisfazione in virtù di un vuoto normativo finalmente colmato.

Le parole sono pietre, e quelle che diventano legge lo sono ancora di più.

Una legge attesa da trent’anni diventa così lacunosa e pericolosa, l’ennesimo frutto di mediazioni e compromessi al ribasso, frutto di una politica che non ha il coraggio di compiere scelte di coerenza ma preferisce la via di mezzo, salvo poi scoprire come in altri casi ahimè che la via intermedia è spesso assai mediocre.

Dai fatti di Genova in poi la corte internazionale ha invitato più volte l’Italia a dotarsi di una legge propria, ben cinque condanne sono state comminate al nostro paese su Genova, non con inviti generici ma con prescrizioni ben precise, nessuna delle quali tuttavia minimamente presente nel testo approvato. Ed oggi, con elementi di forte discrezionalità e l’impunibilità dell’atto singolo, le violenze alla Diaz o a Bolzaneto sarebbero punibili solo in minima parte. Resta solo una grande amarezza. Adesso a tutti noi il compito di vigilare e far sì che nelle sue mille pieghe questa nuova legge possa essere applicata, perché il reato di tortura resta una delle violazioni dei diritti umani più grave e la sua effettiva applicabilità restituisce credibilità ad un paese moderno e civile.

 

ArciReport, 13 luglio 2017



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