Giulio Regeni e la real-geopolitik all'italiana

08/09/2017

 

 

di Franco Uda, responsabile nazionale Arci Pace, diritti umani e solidarietà internazionale

 

377682-thumb-full-checkpoint_regeni060417.jpg«Dopo l’Ambasciatore, ora tornino anche i turisti». È la frase del Ministro degli Esteri de Il Cairo, Ahmed Abu Zeid, che forse più di ogni altra rappresenta il vergognoso epilogo dell’omicidio di Giulio Regeni. Dopo la decisione ferragostana del ripristino delle ordinarie relazioni tra i due Paesi, l’arma diplomatica più forte messa in campo dall’Italia per forzare le autorità egiziane verso la ricerca della verità e il raggiungimento della giustizia è stata archiviata e al suo posto non c’è alcuna strategia di medio-lungo termine che la sostituisca. Da qualsiasi punto di vista la si guardi questa vicenda ripropone lo stesso amaro retrogusto provato in altre e diverse occasioni. È la lunga storia di un Paese (il nostro) che non ha mai veramente saputo tutelare né i propri cittadini né la propria dignità, perchè incapace di perseguire una politica estera e delle relazioni diplomatiche che abbiano una visione lunga, un orizzonte geopolitico che sia slegato dalle contingenze.

È un altrettanto lunga storia di ingerenze degli apparati di difesa dello stato che operano sotto copertura - in questo caso ‘Mukhabarat’ è il termine arabo che li definisce - che diventano spesso lo strumento di insabbiamento della verità o dell’uso di repressione interna dei dissidenti nei regimi non democratici. È la storia di mediocri politici che sotto i riflettori si atteggiano a Principe machiavelliano, facendo della ‘ragion di stato’ la stella polare e umiliando la pìetas che si dovrebbe esercitare di fronte a una famiglia tragicamente colpita.

Questa è la colpa di Giulio Regeni: essere un malcapitato  all’interno di un meccanismo inumano più grande di lui e di tutti noi, che lo rende solo una tessera della real-geopolitik nell’area del Mediterraneo. Sul piatto della bilancia ci sono infatti i grossi interessi delle risorse di giacimenti di gas nel tratto di mare di fronte all’Egitto, di cui l’italiana Eni gestisce l’estrazione; ci sono le nuove politiche sull’immigrazione che, per ‘aiutare a casa loro’ chi fugge dai conflitti e dalla miseria, ha bisogno di avere dalla propria parte la Libia, e in particolare il generale Haftar, grande amico di Al Sisi; ci sono gli altri Paesi europei pronti a prendere il posto dell’Italia nelle convenienti relazioni con l’Egitto, pazienza se si tratta di un paese che ricorre alla tortura come pratica abituale e infrange sistematicamente i diritti umani. Sull’altro piatto della bilancia c’è ‘solo’ la verità e la giustizia...

È difficile poter dire se mai un giorno sapremo cosa accadde a un giovane ricercatore italiano dell’Università di Cambridge una sera di fine gennaio del 2016 a Il Cairo. Nonostante le rivelazioni fatte dal New York Times circa le informazioni che il nostro Governo avrebbe avuto da subito sulle responsabilità dell’omicidio, nonostante le puntuali affermazioni di Ahmed Abdallah, Presidente della Commissione per i diritti e le libertà - una Ong egiziana che offre consulenza ai legali della famiglia Regeni, il processo di restaurazione e di oblio procede a grandi passi.

Parafrasando Pier Paolo Pasolini possiamo però dire che noi sappiamo i nomi dei responsabili, noi sappiamo i nomi dei vertici che hanno manovrato, noi sappiamo ma non abbiamo le prove. Siamo solo dei liberi cittadini che chiedono - ogni volta - verità e giustizia, e continueranno a farlo.

 

ArciReport, 8 settembre 2017



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