Elezioni in Sicilia, tra crisi della rappresentanza e incapacità di offrire prospettive di cambiamento

12/10/2017

 

 

di Salvo Lipari, presidente Arci Sicilia

 

sicilia-elezioni-voto.jpgIl 5 novembre in Sicilia si voterà per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana. Saranno eletti i 70 deputati (così nell‘isola si chiamano i consiglieri regionali) e il nuovo Presidente della Regione.

Dopo cinque anni di presidenza del governatore Crocetta a contendersi l’incarico saranno cinque candidati sostenuti da altrettanti schieramenti: Nello Musumeci (già esponente del MSI e di AN) per il centrodestra; Giancarlo Cancelleri per il movimento cinque stelle; Fabrizio Micari, rettore dell’università di Palermo, per il centro-sinistra; Claudio Fava, vice-presidente della Commissione nazionale Antimafia, per la sinistra e l’indipendentista Roberto La Rosa.

A poche settimane dal voto, però, il clima, in una terra che soffre forse più di altre l’attuale crisi economica e sociale, non pare il tradizionale clima elettorale, spesso duro ma pieno di passione.

I cinque anni di governo Crocetta e l’attività legislativa complessiva dell’Assemblea regionale, scarsa dal punto di vista numerico e qualitativo, non sono riusciti, dal mio punto di vista, ad invertire una tendenza di disaffezione al voto e alla partecipazione che già cinque anni fa aveva fatto registrare un astensionismo del 52%.

L’aumento della disoccupazione e delle povertà ha prodotto un nuovo flusso migratorio che ha portato via dalla Sicilia decine di migliaia di giovani (anche altamente scolarizzati) e meno giovani che man mano hanno perduto il lavoro e persino gli ammortizzatori sociali.

Le istituzioni sembrano non essere percepite all’altezza delle sfide complesse che questa crisi impone anche alle classi dirigenti regionali.

Non c’è stata una strategia organica di sviluppo, un’idea di rilancio di quei settori, a partire dal turismo, dalla cultura e dall’agricoltura di qualità, nonostante siano emerse realtà produttive innovative  portate avanti da giovani che hanno deciso di scommettere nella propria terra.

Quelle forze progressiste che fino a qualche mese fa hanno provato a ricostruire un progetto unitario e innovativo per la Sicilia, sono state alla fine più attente alle dinamiche politiche nazionali che non a un, ancorché tardivo, reale processo partecipativo. Tutto ciò mentre la Mafia, in forme anche nuove, ricostruisce un forte legame con un pezzo della politica e dell’impresa isolane e non solo. Ciò che forse avverrà con le prossime elezioni in Sicilia, per quello che è uno dei più antichi parlamenti del mondo (convocato per la prima volta nel 1097 da re Ruggero I e  che fu anche il primo parlamento a riunirsi nell’Italia repubblicana il 10 maggio 1947) rischia di essere il preludio di quanto potrebbe avvenire anche a livello nazionale.

L’irrisolta crisi della rappresentanza e l’incapacità di costruire credibili prospettive di cambiamento sociale ed economico rischiano di far aumentare ancora di più l’astensionismo e le derive populiste o di rafforzare l’intreccio tra malaffare e politica.

La scelta del ‘meno peggio’, di quei candidati che malgrado tutto possono essere ‘resistenti’, in attesa che ‘passi la nottata’ sembra, al momento, l’unica possibile.

 

ArciReport, 12 ottobre 2017



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