Il bilancio pesante del rapporto ‘Afghanistan, sedici anni dopo’

11/10/2017

 

 

di Enrico Piovesana, Oservatorio MIL€X

 

afghanistan1.jpgÈ un bilancio molto pesante quello tracciato nel rapporto Afghanistan, sedici anni dopo, pubblicato dall’Osservatorio MIL€X sulle spese militari italiane. La più lunga e costosa campagna militare della storia d’Italia è costata finora 7,5 miliardi di euro (a fronte di 260 milioni spesi in sedici anni in cooperazione civile). Il costo globale di questa guerra è di 900 miliardi di dollari: 28mila dollari per ogni cittadino afgano (che ha un reddito medio annuo di 600 dollari). In termini umani questo conflitto infinito è costato la vita di 3.500 soldati occidentali (53 italiani) e di 140mila afgani tra combattenti (oltre 100mila, un terzo governativi e due terzi talebani) e civili (35mila, in aumento negli ultimi anni, senza considerare gli almeno 360mila civili afgani morti a causa dell’emergenza umanitaria provocata dal conflitto).

Chi vuole portare avanti questa guerra si appella alla difesa dei progressi ottenuti. Quali? A parte un lieve calo del tasso di analfabetismo (dal 68% del 2001 al 62% di oggi) e un modestissimo miglioramento della condizione femminile (limitato alle aree urbane e imputabile al lavoro di organizzazioni internazionali e ONG, non alla NATO), l’Afganistan ha ancora oggi il tasso più elevato al mondo di mortalità infantile (113 decessi su mille nati), tra le più basse aspettative di vita del pianeta (51 anni) ed è ancora uno dei Paesi più poveri al mondo (207° su 230 per ricchezza procapite). Politicamente, il regime integralista islamico afgano (fondato sulla sharìa e guidato da ex signori della guerra della minoranza tagica) è tra i più inefficienti e corrotti al mondo,  ben lontano dall’essere uno Stato di diritto democratico: censura, repressione del dissenso e tortura sono la norma. Per non parlare del boom dell’eroina afgana che ora invade le nostre città.

Anche dal punto di vista militare i risultati sono pessimi: dopo sedici anni di guerra i talebani controllando o contendono il controllo di quasi metà Paese. Una situazione imbarazzante che ha spinto Trump a riprendere i raid aerei e rispedire truppe combattenti al fronte, e la NATO a spostare i consiglieri militari (anche italiani) dalle retrovie alla prima linea.

Gli esperti militari dubitano che poche migliaia di truppe che combattono a fianco dell’inaffidabile esercito locale possano riuscire laddove, negli anni passati, hanno fallito 150mila soldati occidentali armati fino ai denti. Secondo esperti e diplomatici, l’unica via d’uscita è il dialogo con i talebani (che non rappresentano una minaccia per l’Occidente) e la loro inclusione in un governo federale e multietnico, il ritiro delle truppe NATO e la riconversione della spesa militare in ricostruzione e cooperazione. L’alternativa è il prolungamento indefinito di una guerra che nessuno ha la forza di vincere ma che serve a giustificare una presenza militare occidentale permanete utile a scoraggiare Russia, Cina, Iran, Pakistan dall’estendere la loro influenza su questo lembo di terra strategico e ricchissimo di minerali.

 

ArciReport, 12 ottobre 2017



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