La questione catalana è questione europea

12/10/2017

 

 

Ospitiamo l’articolo di Marisol Brandolini, giornalista italiana che risiede a Barcellona

 

a4be6e697a052847d95d8acaf264e351-0097.jpgLo scorso primo ottobre 2 milioni e 300mila catalane e catalani hanno votato per il referendum di autodeterminazione, accordando il Sì all’indipendenza per il 90%. Un voto che si è riuscito a esprimere nonostante la strategia autoritaria messa in atto dal governo spagnolo nelle settimane precedenti per impedirne la celebrazione. Nonostante soprattutto le inaudite violenze della polizia spagnola sulla popolazione inerme in coda ai seggi.

Il 10 ottobre il presidente della Generalitat Puigdemont ha parlato al parlamento catalano per dar conto del successo del referendum e coerentemente con il suo risultato, ha dichiarato che la Catalogna si costituiva in Stato indipendente sotto forma di repubblica. Un attimo dopo, però, rinviava la vigenza di questa dichiarazione, sospendendone gli effetti, per lasciare spazio al dialogo con Madrid.  

La risposta del governo spagnolo, il giorno dopo, non è sembrata venir incontro al dialogo. Il presidente Rajoy ha chiesto a Puigdemont di chiarire se l’indipendenza sia stata dichiarata o meno e, in caso positivo, di annullare l’atto, così da evitare l’applicazione dell’art. 155 della Costituzione che comporterebbe il commissariamento dell’Autonomia catalana. Si è detto disponibile a dialogare, il capo del governo spagnolo, ma solo entro il perimetro offerto dalla Costituzione.

In attesa degli sviluppi dei prossimi giorni e con il vantaggio e il limite della cronaca, possono individuarsi  fin da ora alcuni primi elementi che rendono questa vicenda una questione d’interesse per tutta l’Europa.

jmjshFlixUCiuFA-800x450-noPad.jpgIl movimento indipendentista cresce e diventa di massa negli anni della crisi economica che, in Spagna, è anche crisi politica e della democrazia. In discussione è il sistema bipartitico nato col compromesso costituzionale del ’78, un sistema che dal franchismo eredita la corruzione e, come si è visto in queste ultime settimane, alcuni dei suoi tratti più autoritari. In discussione è la monarchia imposta da Franco che fa affari con le dittature che finanziano il terrorismo jihaidista.  Nel 2011 nasce a Madrid il movimento degli Indignati, più tardi in Spagna si costituisce Podemos e le sue alleanze dilagano nei territori conquistando alcune roccaforti come Barcellona e Madrid. La Catalogna risponde alla crisi attraverso un’auto-organizzazione della sua società in piattaforme  e progetti, canalizzandosi nel movimento dei Comuns e in quello per il diritto a decidere che interessa l’80% della popolazione e al cui interno l’indipendentismo diventa un fenomeno di massa intercettando il sentimento repubblicano. La Spagna, cioé, è uno dei pochi paesi in cui la crisi produce una risposta di tipo democratico e progressista.

Interessante è interrogarsi sul perché il governo Rajoy si sia sempre sottratto al dialogo, rifiutandosi di riconoscere la legittimità delle aspirazioni maggioritarie del popolo catalano rappresentate dal governo della Generalitat. Questa sarebbe la condizione indispensabile per l’agire di una mediazione internazionale e comunque per l’avvio di un dialogo che porti a una soluzione rispettosa di entrambe le parti. Non è solo una questione di miopia politica del governo popolare e del suo leader, piuttosto è un’ideologia che viene da lontano il cui perno è l’unità inviolabile della patria e che perciò non riconosce la plurinazionalità dello Stato spagnolo. Questa intuizione, fondata storicamente, è quella che permette a Podemos oggi, pur non volendo la separazione della Catalogna dalla Spagna, di sostenere la celebrazione di un referendum pattuito con lo Stato come soluzione al conflitto politico aperto.

Podemos però avanza questa proposta anche perché consapevole della modificazione delle forme politiche della rappresentanza in questa epoca storica e dell’ambizione dei popoli del mondo ad autodeterminarsi in relazione al futuro proprio e del proprio paese. La questione catalana è rappresentativa di questa nuova commistione tra democrazia diretta e rappresentativa: l’essere “Un sol poble” è quel sentimento di coesione come società, in un rapporto non comune tra istituzioni, associazionismo e partiti. Sentimento trasversale a tutta la società, che ha portato in piazza il giorno dello sciopero generale catalane e catalani avvolti nelle bandiere estelade, catalane e spagnole. L’indipendentismo, e in generale il movimento per il diritto a decidere, nasce dal basso e solo in un secondo momento incontra i partiti disposti a sostenerlo. Mette al centro la questione democratica e un’altra idea d’Europa nella globalizzazione, superando gli Stati-Nazione del passato, frutto di un’altra idea di organizzazione delle collettività.

E nel porre al centro la questione democratica, avanza il tema della disobbedienza come strumento di avanzamento e di emancipazione di popoli. Il referendum del 1˚ ottobre era illegale secondo la Costituzione spagnola. Eppure vi hanno partecipato oltre 2 milioni di persone che non sono dei criminali, ma solo donne e uomini che vogliono poter decidere sul proprio futuro.

 

ArciReport, 12 ottobre 2017



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