Gestire, non rimuovere, i conflitti sociali

22/02/2017

 

 

di Stefano Brugnara, presidente Arci Bologna

e Vincenzo Branà, presidente Arcigay Il Cassero

 

scontribologna103.jpgLa tensione che nelle ultime settimane ha caratterizzato il dibattito bolognese  ci chiama a un atto di responsabilità. I fatti accaduti nella zona universitaria, i conflitti che attraversano la relazione tra spazi autogestiti e istituzioni, non possono essere affrontati compiacendo la deriva alla loro radicalizzazione e scegliendo banalmente da che parte stare.   Dobbiamo saper interpretare la complessità di quanto sta accadendo, superando la tentazione delle analisi semplicistiche e dello scontro muscolare.   E d’altro canto sarebbe un clamoroso errore rimuovere il conflitto dall’orizzonte della vita sociale. Il conflitto rappresenta da sempre l’opportunità di cambiare, di includere, di migliorare. Occorre avere il coraggio di confrontarvisi, senza reprimerlo.

Al conflitto non si risponde con la  militarizzazione dello spazio pubblico, soprattutto se viene fatta a discapito di un centro sociale, come hanno raccontato nelle passate settimane le cronache locali.

Dobbiamo saper raccogliere quello che di buono sta emergendo dopo la pessima giornata della celere all’università: 600 studenti e cittadini, ad esempio, che discutono in una grande assemblea sono un fatto straordinario, che ci deve impedire di derubricare quello che è successo con giudizi semplicistici o denigratori, che assimilano ogni antagonismo alla delinquenza. Allo stesso tempo  i lavoratori dell’università chiedono di aprire un confronto sulla zona universitaria, ma coinvolgendo tutta la città: segno che anche da parte loro c’è la volontà di aprirsi ad un ragionamento che prenda in considerazione diversi punti di vista. Sono solo due aspetti, ma importanti. Allora proviamo davvero a cambiare schema.

Mettiamoci in gioco, perché le categorie che stiamo usando non sono sufficienti per affrontare la questione nel migliore dei modi. Ragioniamo sul concetto di ‘sicurezza’ nel tempo della crisi, ad esempio; nell’epoca delle nuove povertà e dell’esclusione sociale anche di chi riteneva di poter ambire a una condizione che ora vede preclusa. Ragioniamo su cosa significhi oggi pensare a spazi sociali, spazi per la cultura e l’aggregazione: quanto siano importanti nell’epoca della crisi delle ideologie e della rappresentanza; in una fase in cui tutti i punti di riferimento culturali sono saltati e nello stesso tempo è urgente costruirne di nuovi. Ragioniamo su quali strade occorra esplorare per garantirne l’esistenza e la convivenza con il tessuto sociale. E ragioniamo sui muri - fisici e simbolici - che nella nostra città vengono eretti, in una sinistra consonanza con una retorica dell’esclusione che sta ammalando la politica in tutto il mondo. Muri non sempre fatti di mattoni ma che tracciano confini, delimitano un ‘dentro’ e un ‘fuori’ e fissano requisiti (di censo, condizione, origine) per l’accesso allo spazio pubblico, alla cultura, alla socialità, al welfare. Perché è quanto mai urgente mettere un argine all’ideologia dell’individualismo; perché le sirene del populismo urlano forte.

Di questo e molto altro c’è da discutere, anche sperimentando pratiche di partecipazione innovative, nelle forme e negli obiettivi. Di ricette non ce ne sono, l’unico discrimine è il ricorso alla violenza. Ma se non cresce il livello del dibattito rischiamo di spalancare il campo ai meno responsabili, e a chi da questa tensione cerca di trarre solo un dividendo in termini di bassa politica, con conseguenze decisamente preoccupanti.

 

ArciReport, 23 febbraio 2017



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