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Una delegazione della società civile libica in Italia incontra l’Arci

16/03/2017

 

 

di Franco Uda, responsabile nazionale Arci Pace, diritti umani e solidarietà internazionale

 

libici.jpgNon è il Paese più vicino all’Italia dal punto di vista geografico, ma - tra quelli dell’aerea mediterranea - lo è certamente sotto il profilo storico. La Libia è stata colonia del Regno d’Italia dal 1912 al 1947. Nel ‘39 gli italiani in Libia erano il 13% della popolazione e dopo la seconda guerra mondiale furono costretti a lasciare le loro proprietà. Nel Trattato di pace del 1947 fu divisa in Tripolitania e Cirenaica - assegnate agli inglesi - e Fezzan sotto la Francia. Nel 1951 arrivò l’indipendenza (primo Paese africano) col Re Idriss, che regnò fino al 1969, anno in cui il giovane ufficiale Muhammar Gheddafi prese il potere con un incruento colpo di stato e lo mantenne fino al 2011, fino a quando il suo regime venne travolto dalle rivoluzioni arabe. Ma è del dopo-Gheddafi che la delegazione della società civile libica in Italia durante la scorsa settimana ci vuole parlare. Stanno intraprendendo un tour in Europa per incontrare governi e società civile prima della riunione a Ginevra del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu. Il loro intento è quello di sensibilizzare le cancellerie di mezza Europa rispetto alla situazione dei diritti umani in Libia e hanno chiesto all’Arci di facilitare gli incontri istituzionali e con la società civile nel nostro Paese. Sono in tre: Zahra’, fondatrice della Piattaforma per la Pace delle Donne Libiche, Hisham, un attivista e rappresentante del Libyan Human Rights Center e Karim, un ricercatore sulla Libia per il CIHRS, in rappresentanza di una coalizione di 15 organizzazioni di società civile per i diritti umani. Hanno incontrato il sottosegretario e il viceministro dei dicasteri degli Interni e Affari Esteri, i Presidenti delle Commissioni per i diritti umani di Camera e Senato, una rappresentanza della società civile italiana e diverse testate giornalistiche.

Nel loro Paese - già dalla scorsa estate - c’è una forte preoccupazione sulla grave erosione dei diritti umani. La frammentazione e la mancanza di un apparato di antiterrorismo coordinato ha portato a un deterioramento della situazione umanitaria e un incremento delle violazioni ai diritti umani commesse da tutte le parti in conflitto. Queste violazioni sono perpetrate nella completa impunità, comprimendo l’agibilità politica dello spazio pubblico con le continue minacce ai difensori dei diritti umani e alla società civile. Ciò ha determinato uno stallo nell’implementazione di un accordo politico tra le parti e ha reso possibile che diversi gruppi di terroristi di varia provenienza e natura mietessero molte vittime tra le forze armate libiche, tanto a est quanto a ovest del Paese.

Già nel 2015 un folto gruppo di organizzazioni della società civile chiesero che le associazioni, le tribù e i consigli locali avessero un ruolo più rilevante e potessero contribuire alla scrittura degli accordi politici. Nella loro forma attuale questi accordi sono basati su intese verbali tra la Camera dei Rappresentanti e il Congresso nazionale generale, escludono qualsiasi altra rappresentanza sociale e sono di fatto accordi disattesi, soprattutto nelle parti riguardanti la sicurezza interna. Inascoltate, le organizzazioni della società civile libica hanno ripetutamente puntato il dito sulla necessità che le autorità dessero delle priorità nell’accordo politico basate sulla stesura di un piano per la ristrutturazione delle istituzioni di sicurezza, per articolare un progetto nazionale per le unità e le agenzie dei Ministeri della Difesa e dell’Interno con una riconoscibile e trasparente catena di comando e controllo, per la ridefinizione  di queste agenzie secondo le leggi locali e al di fuori dalle logiche politiche o di provenienza geografica. La mancata implementazione di queste ragionevoli raccomandazioni ha portato le autorità libiche a reiterare gli stessi errori fatti nel passato, incorporando gruppi armati e paramilitari in assenza di una catena definita di comando. Questo ha determinato una situazione di sopraffazione dei gruppi armati rispetto alle istituzioni civili, indebolite e paralizzate. Inoltre questi gruppi armati e paramilitari hanno compiuto gravi violazioni delle leggi internazionali sui diritti umani, operando solo nominalmente a servizio del Governo da cui continuano ad avere fondi a disposizione.

Si rende ora necessario che la Presidenza del Consiglio, la Camera dei Rappresentanti e la comunità internazionale si rendano permeabili a quanto denunciato dalla società civile libica, in particolare nella necessità di portare al voto parlamentare l’accordo nazionale di governo e per rinforzare il comparto nazionale della giustizia. Le autorità libiche devono inoltre lavorare per fermare le ripetute violazioni dei diritti umani individuando specifiche responsabilità, proteggere lo spazio pubblico, garantire la libertà di associazione, abolire le restrizioni alle Ong locali e internazionali - che costituiscono un importante e imprescindibile argine nella difesa dei diritti umani in Libia.

Al fine di perseguire al meglio questi risultati sul piano locale e per avere una maggior peso nel dialogo con altri governi e organizzazioni internazionali della società civile, nel settembre dello scorso anno sedici associazioni e comitati locali, guidati dall’Istituto di Studi del Cairo per i Diritti Umani (CIHRS), si sono riuniti per due giorni per formulare le strategie di lavoro futuro e per trovare migliori forme di collaborazione reciproca dando vita a un soggetto collettivo autonomo  chiamato The Platform, una piattaforma – appunto - di lavoro per il consolidamento delle libertà civili e dei diritti umani nel Paese, per il rafforzamento del dialogo con le istituzioni nazionali, regionali e internazionali. Si capisce quindi il loro disappunto per l’accordo firmato tra la Libia e il Governo italiano in tema di immigrazione: accordo ‘immorale’ perchè stipulato con un Paese inadempiente sul rispetto dei diritti umani, e ‘illegittimo’ perchè non ratificato dal loro Parlamento (e neanche dal nostro...).

Chiedono all’Arci di essere il megafono delle loro battaglie in Italia e noi non potremo tirarci indietro.

 

ArciReport, 16 marzo 2017



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