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18.03.2011 - CON LE LOTTE PER LA DEMOCRAZIA, CON I DIRITTI DEI MIGRANTI CONTRO L’INTERVENTO MILITARE

Cosa c’entrano gli attacchi aerei su mezzi terrestri con una no-fly zone?

Neppure è cominciata, la no-fly zone, ed è subito attacco militare.

 

Avevamo appena finito di denunciare i grandi rischi connessi al dispositivo

militare della risoluzione ONU. E il vertice di Parigi ha deciso di correrli

tutti, subito e volontariamente, iniziando un intervento militare aperto sul

campo.

 

Il via libera alla no-fly zone ha dato fiato alle trombe di chi non vedeva

l’ora di dimostrare una responsabilità europea finora dimenticata mettendo a

disposizione basi, aerei soldati. Alle impegnative parti della risoluzione

ONU legate all’iniziativa politica non c’è chi faccia cenno.

 

L’Italia oltretutto dovrebbe sentire l’obbligo morale di non intervenire

militarmente in un paese che esattamente cento anni fa è stato con le armi

conquistato e dichiarato colonia, e dove sono stati perpetrati orribili

crimini di guerra. E invece addirittura ci proponiamo ad ospitare il

quartier generale delle operazioni.

 

Le lotte democratiche nel mondo arabo proprio non si meritano l’entusiasmo

militarista dimostrato in queste ore da tanti paesi europei, con l’Italia in

testa come al solito.

 

L’Egitto va a votare, la Tunisia affronta una complicata transizione, in

Yemen e in Barhein i regimi sparano sulle manifestazioni pacifiche, la Siria

si ribella: in due mesi di rivolte e rivoluzioni l’Europa non ha

sostanzialmente fatto niente, non ha dimostrato interesse, non ha offerto

cooperazione, non ha stanziato un soldo e non si è mosso un ministro. Si è

solo cercato di fermare i profughi.

 

Siamo a fianco dei libici in lotta contro il dittatore. Comprendiamo la loro

disperazione e la paura che il paese torni sotto il tallone del regime. Ma

confidiamo che essi capiscano anche le nostre ragioni, mentre manifestiamo

la nostra opposizione all’intervento militare.

 

Ne abbiamo viste già tante. Abbiamo visto il prevalere degli interessi

economici e strategici, nascosti dietro al manto della difesa dei diritti

umani. Abbiamo visto i “due pesi e le due misure”, che fa chiudere gli

occhi davanti a violazioni grandiose del diritto internazionale come quella

che patisce da decenni la Palestina.

 

Conosciamo l’incapacità di mettere in campo la forza della politica, e degli

strumenti che ad essa corrispondono, per la difesa dei diritti calpestati,

per la risoluzione dei conflitti nel nome della giustizia, per

l’affermazione della democrazia.

 

E crediamo che a questo punto della vicenda libica, non essendo intervenuti

a proteggere la rivolta quando da sola poteva liberare il paese dal regime,

l’evoluzione della crisi vedrà una forte ingerenza straniera, che non può

essere mai foriera di libertà e indipendenza.

 

I venti di guerra di l’Europa cui sta facendo sfoggio richiamano, persino

nei nomi con la “coalizione dei volenterosi”, esperienze che avrebbero

dovuto insegnare qualcosa. E noi non saremo di questa partita.

 

Continuiamo a sostenere tutte le esperienze democratiche del Maghreb e del

Mashrek, continuiamo a difendere il diritto all’accoglienza dei profughi,

siamo contro l’intervento militare.

 

In allegato, il comunicato stampa dell'Arci del 18 marzo "Alla democrazia in Libia non serve l'avventurismo militare: aumentare la pressione politica per il cessate il fuoco"