La rivolta democratica nei paesi arabi dilaga. Dopo le vittorie in Tunisia e in Egitto, riprende forza l’opposizione in Iran, seppure duramente repressa; si annunciano manifestazioni in Libia (17 febbraio), in Algeria (19 febbraio), persino nel fin qui tranquillo Marocco (20 febbraio), nel Kuwait (8 marzo), mentre anche l’Africa sub sahariana si muove, come in Camerun dove si annunciano manifestazioni (23 febbraio).
Certamente il punto focale resta l’Egitto per la sua importanza strategica e per il ruolo preminente nel mondo arabo. L’esercito ha appoggiato il popolo al culmine della sua straordinaria lotta, anche su impulso degli Usa. Non si è trattato, come avvenne altrove, di un putsch militare guidato dai giovani ufficiali democratici. Qui comandano le vecchie gerarchie. Il maresciallo Mohammad Tantawi, da cui ora dipende il potere in Egitto, è un signore di 75 anni che è stato più volte ministro di Mubarak. Questo spiega perché i gruppi dei manifestanti più attivi, pur stringendosi all’esercito, non si sentono di dormire sonni tranquilli ed hanno annunciato di tornare ogni venerdì in piazza Tahrir per vigilare che l’esercito mantenga fede alla promessa di guidare il paese verso la democrazia. Questo è l’obiettivo massimo, non ancora la rivoluzione sociale, anche se i problemi della povertà sono acuti. La transizione alla democrazia - il cui carattere laico è un elemento di grande novità, finora rispettato anche dai Fratelli Musulmani - è appena iniziata e gli esiti non sono scontati.
La attiva solidarietà dei movimenti - come si è detto a Dakar - e l’aiuto dell’Europa possono essere decisivi.
In allegato, la dichiarazione di Paolo Beni dopo la notizia delle dimissioni di Mubarak.