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04.01.2012 - Il Terzo settore calabrese sotto tiro della ‘ndrangheta?

Tra fine novembre e i primi di gennaio una serie di attentati lanciano un’offensiva senza precedenti nei confronti di strutture sociali che operano nel Terzo Settore in Calabria. Quando mi è stato rivolto l’invito a scrivere un pezzo, sono stato tentato dall’idea di sostenere la tesi presente su molte testate giornalistiche, comune anche ai primissimi attestati di solidarietà interni al Terzo Settore calabrese, ovvero che dietro agli attentati vi fosse una regia.

L’inchiesta de Il Manifesto, L’altra Calabria nel mirino dei clan di sabato 7 gennaio, è fin troppo esplicita nell’incipit dell’articolo: «tre attentati nel giro di una settimana contro chi si occupa, direttamente o indirettamente, di migranti sono davvero troppi. Se a questo si aggiunge che oggi ricorre l’anniversario della rivolta di Rosarno, il quadro si fa ancor più fosco. Specie in Calabria dove tre indizi generalmente fanno una prova e nulla osta a pensare che ci sia un unico disegno criminoso».

Di primo acchito mi sono lasciato suggestionare dalla semplificazione e da una facile lettura di fenomeni invero molto più articolati. Per cercare di restituire la complessità del reale ho chiesto aiuto ad alcuni amici. Il loro contributo di riflessione non esaurisce il ragionamento ma ne illumina le possibili evoluzioni interpretative. Domenico Nasone, referente di Libera Reggio Calabria, sottolinea che «le battaglie quotidiane per i diritti sono contrarie allo status quo che la ‘ndrangheta vuole conservare. Di comune negli eventi calabresi c’è la lotta per i diritti e il fastidio contro un Terzo Settore che sta crescendo». Quel Terzo Settore che in virtù del suo «crescente attivismo - come afferma la scrittrice e giornalista Francesca Chirico - ha sottratto con gli anni pezzi di Calabria alle leggi e al controllo della ‘ndrangheta. Lo ha fatto occupando fisicamente gli spazi strappati alle cosche, aprendo le case dei boss a migranti e disabili, mietendo campi di grano e coltivando uliveti confiscati». Tutto questo, secondo Giacomo Panizza della Comunità Progetto Sud, comporta il fatto che «noi siamo più facilmente di altri ‘bersaglio’ in quanto è maggiore l’esplicitazione del rapporto legalità-solidarietà-lavoro. Le cosche cominciano a percepire che noi sappiamo tante cose dei loro mondi. Siamo bravi a mettere in atto processi di legalità sul crinale di situazioni difficili, offrendo servizi a quelle persone che a volte vivono loro malgrado all’interno di situazioni di illegalità (tossicodipendenti, soggetti svantaggiati, migranti). In tal modo si rompono determinati equilibri». Infatti, secondo l’editore Florindo Rubbettino «la ‘ndrangheta è nemica della società aperta, dei corpi intermedi che creano relazioni positive, ha bisogno di regole feudali, dove la forza si può imporre se si controlla il territorio e soprattutto se i più deboli sono lasciati soli». Ma la lucida analisi di Claudio La Camera del Museo della ‘ndrangheta che individua «nei recenti attacchi al sociale una testimonianza del fatto che in Calabria esistono realtà che sono riuscite ad innescare processi di cambiamento», sottolineando tuttavia che «il punto debole dell'intera questione appare ancora una forte disgregazione e contraddizione all'interno delle organizzazioni della società civile» deve indurre noi tutti ad una riflessione più profonda.

 

info: gennaro.dicello@gmail.com

 

In allegato, un comunicato dell'Arci di solidarietà al consorzio Goel, vittima nei giorni scorsi di un atto terroristico.

 

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