Chi sono i sopravissuti alle torture? Come li vediamo? Cosa si aspettano da noi? Sono alcuni dei numerosi interrogativi che ci siamo posti e continuiamo a porci ogni volta che entriamo in contatto con questa parte di umanità sofferente. Sono quegli stessi interrogativi che hanno dato vita al progetto We care, nato con l'idea di valorizzare le esperienze territoriali in Italia, Spagna e Ungheria di presa in carico e tutela delle vittime di violenza e tortura per connetterle fra loro, puntando a far emergere buone pratiche e a far nascere un confronto che potesse tramutarsi in modelli d'intervento a più livelli. La metodologia del nostro intervento ha permesso di focalizzarsi sulla persona con tutta la complessità di cui è portatrice, non ignorando che è vittima di tortura ma riconoscendola anche come portatrice di una storia personale che la identifichi in quanto individuo, unico ed irripetibile. Il nostro approccio ci ha insegnato a costruire insieme al richiedente asilo sopravvissuto alla tortura una identità non frammentata o amputata, ma che valorizzasse la sua storia. Per questo è stato importante, in molti casi, lavorare con loro a livello individuale e in gruppo, ritessere le memorie del proprio paese d'origine attraverso le parole dei connazionali e le proprie, rivivere le emozioni del viaggio insieme con chi ha dovuto affrontare la migrazione forzata. Questo ha significato dare valore ai loro riferimenti culturali, rinforzando la categoria dell' 'umano' che la tortura ha cancellato. Intraprendere attività riabilitative con loro ha dimostrato l'importanza di partire dalle loro risorse, personali e professionali, non offrendo percorsi lavorativi e formativi precostituiti ma aspettando che riemergessero i loro desideri, le loro paure, i loro sogni e i loro bisogni.
Marcel Viñar, psicoanalista uruguayano relatore dell'ultimo convegno internazionale di We care, a proposito dell'esperienza dell'orrore, del terrore e della tortura nelle dittature sud-americane scrive: «Ciò che è impossibile da trasmettere produce scarto, distanza, rottura tra le generazioni, ma questo è uno spazio di vita. Sopprimerlo crea feticci inefficaci. Tra la memoria e la ricostruzione del passato, vi sono delle omissioni, delle distorsioni inevitabili nella parola parentale, vale a dire degli spazi vuoti, spazi necessari che sono come dei rifiuti di fronte all'intollerabile; sorge, così, un dire per il quale il discrimine tra l'avventura simbolica e la ripetizione traumatica non si trova in alcun manuale. Il soggetto che ci interpella, pieno di dolore, colmo di cadaveri, sembra trascinarci verso una preoccupazione escatologica. E tuttavia, se noi pensiamo l'orrore, non è solo per rendere omaggio a coloro che hanno subito il martirio, ma soprattutto per domandare ed ottenere da loro l'oracolo che guidi la nostra riflessione permettendoci di sfuggire agli automatismi della ripetizione, e affinché essi dischiudano per noi un domani un po' più lucido in cui possa trovar posto la speranza».