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L’anno che verrà

Numero 1 del 10 Gennaio 2012
Non è iniziato sotto i migliori auspici il nuovo anno: ancora tensioni sui mercati finanziari, la prospettiva sempre più concreta di una terribile recessione, il caro prezzi e la disoccupazione che impoveriscono il paese. L'ottimismo berlusconiano è ormai un lontano ricordo e lascia il passo alla paura del futuro. C'è un brutto clima, aumentano i suicidi di chi perde il lavoro, il disagio di tanti alimenta preoccupanti tensioni sociali. Urgono risposte immediate. Anzitutto misure per la crescita e l'occupazione. Ma se questo è l'obbiettivo dell'annunciata fase 2, che senso ha il dibattito di questi giorni sul mercato del lavoro? Non è coi licenziamenti facili che si farà la ripresa, abbiamo già decine di tipologie contrattuali e tutta questa flessibilità non ha certo garantito più occupazione. Dietro le aziende che chiudono e i posti di lavoro che spariscono c'è la realtà di una profonda crisi industriale nata dall'assenza di strategie economiche e dall'incapacità dei governi. Riconvertire le attività produttive e creare nuovo lavoro si può. Ma bisogna investire, perché una politica di sola austerità rischia di compromettere la ripresa. I soldi si possono trovare nella lotta all'evasione, tassando rendite e transazioni finanziarie, tagliando la spesa militare. È immorale che mentre si chiedono sacrifici a lavoratori e pensionati si spendano 15 miliardi per i cacciabombardieri. Tanto più se i soldi sono pochi, vanno scelte bene le priorità a cui destinarli: favorire con gli incentivi chi investe nell'innovazione tecnologica, nella produzione di beni collettivi, nella cura dell'ambiente e dei beni culturali, nei servizi di welfare che non sono una spesa ma un investimento nel nostro capitale umano e sociale. Una legge sul reddito minimo garantito esiste in quasi tutta l'Europa e non è più rinviabile nella situazione italiana. Il tema delle liberalizzazioni meriterebbe più cautela: una cosa è togliere potere alle corporazioni eliminando posizioni di monopolio, altro è privatizzare beni e servizi pubblici di interesse generale che devono mantenere un carattere universalistico. Per affrontare queste sfide serve un nuovo patto sociale. Fa bene il sindacato a non voler limitare il confronto al solo mercato del lavoro, perché se il progetto deve essere complessivo le parti sociali vanno coinvolte su tutto l'insieme delle politiche. Tutte le parti sociali, perché anche il terzo settore ha molto da dire su cosa fare per uscire da questa crisi.