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Legge elettorale e riforma della politica

Numero 2 del 17 Gennaio 2012
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibili i due referendum sulla legge elettorale, tanto quello sull'abrogazione totale del ‘Porcellum’ quanto quello che ne chiedeva la cancellazione parziale. Non è una buona notizia, perché il referendum poteva essere lo strumento per scardinare quella legge voluta dal centrodestra nel 2005, oscena al punto tale da essere definita ‘porcata’ dal suo stesso estensore. Una norma di cui sono evidenti a tutti gli aspetti problematici e su cui la stessa Consulta aveva avanzato fin dal 2008 sospetti di incostituzionalità. Ora è chiaro che, indipendentemente dalle ragioni giuridiche che hanno motivato la sentenza di inammissibilità, la decisione della Corte riapre il tema di una riforma elettorale per via parlamentare. È un nodo su cui il Parlamento si gioca quel che gli resta di credibilità nei confronti di un'opinione pubblica sempre più lontana e insofferente verso la politica. Non c'è dubbio che il Paese chieda la riforma elettorale e che questa sia un passaggio necessario a ricostruire fiducia e consenso intorno alle istituzioni. Ma c'è il rischio che tutto venga rimandato aggravando una pericolosa deriva antidemocratica. A parole nessuno è disposto a difendere il porcellum, ma nei fatti molti possono essere tentati a non rinunciarvi. Quale altra legge potrebbe mai consentire ai partiti altrettanto potere discrezionale nella formazione dei gruppi parlamentari, garantendo un'assemblea di nominati ricattabili e ubbidienti? Il confronto fra le forze politiche è aperto: tutti dicono che la riforma è necessaria, ma su come farla ciascuno immagina soluzioni diverse a seconda delle convenienze di bottega. Non a caso il Pdl mette già le mani avanti sul premio di maggioranza e sull'indicazione del premier, forzatura populistica incompatibile col modello di democrazia parlamentare descritto in Costituzione. Non si farà una buona legge elettorale se al tempo stesso non si rinnova davvero la politica; se i partiti non hanno la forza di andare oltre il leaderismo e aprirsi alla partecipazione, se i cittadini non tornano protagonisti della discussione pubblica anche esercitando il diritto di scegliere i propri rappresentanti. Ma serve una spinta dal basso, perché i partiti non si autoriformano da soli. Anche le associazioni che ogni giorno operano per promuovere partecipazione e responsabilità civica possono svolgere un'azione di stimolo importante su temi così decisivi per la qualità della democrazia.