Non si scherza sulla dignità del lavoro
Numero 5 del 07 Febbraio 2012
Parte male il confronto fra governo e parti sociali sul lavoro. E non solo per l'infelice sortita di Monti sulla monotonia del posto fisso, visto che i suoi ministri non perdono occasione per rincarare la dose. Come si può irridere l'aspirazione a un lavoro sicuro quando milioni di giovani vivono il dramma della disoccupazione? E poi perché questa ostinazione contro l'articolo 18 come fosse un totem da abbattere?
Noi pensiamo invece che una efficace tutela contro i licenziamenti ingiustificati sia una questione di civiltà. L'articolo 18, la rappresentanza sindacale in azienda e le assemblee nei luoghi di lavoro sono condizioni irrinunciabili dell'attuazione del principio costituzionale della dignità del lavoro. Se c'è motivo di discuterne è per estendere i diritti a chi oggi non li ha, non per tagliarli.
Il problema è come creare nuova occupazione, non rendere più facili i licenziamenti. La riforma del mercato del lavoro è necessaria, ma non la si può fare senza il confronto con le parti sociali perché per portare il Paese fuori dalla crisi serve un nuovo patto fra le sue componenti sociali. Le proposte in campo ci sono e i sindacati sono pronti a discuterne. Il governo dovrebbe cogliere l'occasione preziosa della ritrovata unità sindacale anziché irrigidirsi in una posizione che ha il sapore del pregiudizio ideologico.
Si è andati troppo oltre nella mortificazione del lavoro e della sua funzione sociale e culturale come perno del patto di cittadinanza.
Dovremmo interrogarci sul contesto politico che ha potuto consentire al capitalismo italiano di sacrificare investimenti produttivi e lavoro in nome degli interessi speculativi; sulla mutazione di un'impresa che ha smarrito il rapporto virtuoso fra la ricchezza e il lavoro umano che la produce, che ha cercato la competitività solo a danno del costo del lavoro, che ha visto crescere i suoi profitti mentre crollavano i salari. Questa è la realtà dei fatti che ci ha portato in questa situazione.
Se si vuole davvero rilanciare l'economia e creare buona occupazione bisogna cambiare strada e ridefinire una scala di priorità e di valori. Capire che sviluppo economico, ambiente, diritti del lavoro ed equità sociale sono nodi strettamente interdipendenti. Che non c'è sviluppo possibile senza una riconversione ecologica e sociale dell'economia e degli stili di vita. Per restituire senso all'atto del produrre, nell'orizzonte dei beni comuni e al servizio della vita e del benessere delle persone.