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Betlemme patrimonio dell’umanità

Betlemme patrimonio dell’umanità

 

un articolo di Paola Caridi, giornalista e blogger

 

Nella lista dei luoghi più importanti per la storia dell’umanità avrebbe dovuto esserci già da molti anni. E forse non in molti sapevano che Betlemme, in quella lista, non c’è mai stata. Betlemme, il luogo dov’è nato Gesù. Un posto importante per miliardi di persone. Le regole dell’Onu, però, vanno rispettate. E così, se non appartieni a uno Stato formalmente riconosciuto, in pratica non esisti. La Palestina non esiste, come Stato. Betlemme non c’era. Dunque, non esisteva. Dunque, non poteva essere tutelata. Poi, qualche mese fa, la svolta. L’Unesco accoglie la Palestina come Stato.

Formalmente. Forza la mano, e si qualifica come la prima agenzia dell’Onu ad accogliere la Palestina a pieno titolo. Quello che l’Onu, come organizzazione, non ha fatto nel settembre del 2011, salvo trovarsi di nuovo la patata bollente alla prossima riunione dell’assemblea delle Nazioni Unite. Tra poco più di due mesi.

Torniamo, però, a Betlemme. La Palestina entra nell’Unesco, e subito chiede l’iscrizione di Betlemme tra i luoghi patrimonio dell’umanità. Luogo determinante, per la nostra storia, e a rischio. L’Unesco accetta la candidatura, e accetta anche la procedura d’urgenza, nonostante l’opposizione - in primis - di Israele, che contesta proprio l’emergenza. Betlemme non sarebbe a rischio, secondo la posizione israeliana.

Considerare in pericolo Betlemme, infatti, ha un vero e proprio significato politico che va oltre l’importanza cultural-religiosa.

Le implicazioni della decisione presa a maggioranza dal comitato ad hoc dell’Unesco (13 voti a favore, 2 astenuti e sei contrari, con votazione segreta) sono evidenti, per chi conosce la situazione di Betlemme. Betlemme è ormai sotto protezione di un’agenzia dell’Onu, e lo stesso Muro di Separazione costruito dagli israeliani ha ora un altro significato. è un Muro che separa Betlemme, che la racchiude in un utero non voluto. è un Muro che faceva scandalo prima, e che ora si trova ancor di più sotto i riflettori. Non solo per il suo significato politico, per i terribili risvolti nella vita quotidiana, sociale dei palestinesi. È ora anche un Muro che rompe l’unità della terra, il percorso del pellegrinaggio cristiano tra Gerusalemme e Betlemme. Un pellegrinaggio - è giusto ricordarlo - in cui talvolta Betlemme non viene inserita, dalle agenzie di viaggio.

Dimenticanza? Timori per la sicurezza dei turisti-pellegrini? Oppure c’è altro? Betlemme protetta dall’Une­sco, dunque, ha un significato politico. Lo sanno tutti. Lo sa soprattutto Israele. Chi la frequenta sa invece che la cittadina della Cisgiordania, ad appena dieci chilometri da Gerusa­lemme, vive in una condizione sempre più grama. Non solo per il Muro.

Le colonie israeliane le girano intorno. A cominciare da Har Homa, l’antica Jabal Abu Ghneim, divenuta una colonia da decine di migliaia di abitanti. E via via elencando, se si procede verso Hebron. Perché Be­tlemme e Hebron sono ormai separate dal blocco di colonie di Gush Etzion. Sempre in costante aumento. Betlemme patrimonio dell’Unesco potrebbe significare, per esempio, che anche le decisioni del governo israeliano di ampliare le colonie, o costruirne di nuove, potrebbe trovare un nuovo ostacolo. Stavolta nella comunità internazionale. Pensare, dunque, che la decisione dell’Unesco sia solo di carattere culturale sarebbe riduttivo. Come sempre è successo non solo in Palestina, non solo in Israele, non solo in Medio Oriente.

L’archeologia, in età contemporanea ma non solo, è sempre stata stiracchiata da una parte all’altra. Una coperta troppo corta che doveva servire più padroni, e attraverso la ricostruzione della memoria costruire la storia, i miti, il potere. Gli scaffali delle biblioteche di storia delle relazioni internazionali, di storia tout court sono piene di studi – alcuni bellissimi – sull’uso politico dell’archeologia. Che fa il paio con l’uso politico della religione. Uno voglio segnalarlo subito: Archeologia e Mare Nostrum, di Marta Petricioli. Ha vent’anni, ma non si sentono.

 

04/07/2012