Libera cultura in liberi spazi

10/04/2014

 

 

di Carlo Testini

 

osnago_-_la_loco_-_station.jpgQualche tempo fa abbiamo realizzato un adesivo dell’Arci con la frase Libera cultura in liberi spazi. Era un grido d’allarme che veniva dai tanti che nel nostro Paese cercano di realizzare attività artistiche e culturali senza chiedere per forza sovvenzioni pubbliche.

Le forme di auto-organizzazione di artisti e creativi vengono da lontano e si intrecciano con la storia del movimento associativo e culturale non profit.

Già agli inizi del ‘900 nelle Case del popolo e nelle Società di mutuo soccorso si ospitavano progetti artistici, rassegne di cinema e teatro, mostre di artisti più o meno noti. Il nostro Paese, come molti altri in Europa, è sempre stato terreno di sperimentazione di forme organizzative nel campo della cultura e dell’arte che hanno permesso ad artisti, operatori e lavoratori della cultura di trovare casa. Soprattutto quando era più difficile parlare di contemporaneo con le istituzioni culturali nazionali e territoriali. Per questo, al di là delle statistiche ufficiali su spettacoli e produzioni artistiche, abbiamo sempre sostenuto che esiste un vasto e  straordinario mondo, diffuso e dinamico, che produce e promuove cultura in modo indipendente e spesso più interessante di molti percorsi istituzionali e accademici.

Il dibattito sul ruolo della cultura e, più in generale, delle politiche culturali in Europa e nel nostro Paese è ancora vivace ed è parte del ragionamento sullo sviluppo territoriale futuro. Ma per dare gambe ad un progetto culturale di qualsiasi tipo, c’è sempre bisogno di uno spazio. Dove progettare, produrre, condividere con altri, incontrare i cittadini del proprio quartiere, ospitare produzioni e artisti di altri Paesi. Uno spazio che diventa uno dei cuori pulsanti della comunità in cui si vive. Oggi più che mai c’è una domanda di spazi che abbiano costi accessibili per contrastare la scarsità di risorse e promuovere l’accesso alla cultura messo in crisi dalla diminuzione del reddito delle famiglie. Ma c’è anche una forte spinta a riappropriarsi di spazi di proprietà pubblica che sono della collettività e che possono essere riconvertiti in luoghi di condivisione e di innovazione attraverso progetti culturali ed artistici. L’8 agosto del 2013 veniva approvato un decreto legge a nostro avviso importante perché dava un segnale di cambiamento nelle politiche culturali italiane dopo molti anni di tagli e di triste declino. Il decreto n.91, denominato ‘Valore Cultura’, era a firma del Ministro Massimo Bray e l’articolo 6 aveva per titolo ‘Disposizioni urgenti per la realizzazione di centri di produzione artistica, nonché di musica, danza e teatro contemporanei’. Nella legge si dava mandato al Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo (MIBACT) di individuare, insieme al Ministero dell’Economia, spazi del demanio che potessero essere ristrutturati e messi a disposizione di progetti scelti con bandi.

Il 25 novembre si è svolto al MIBACT un importante incontro con molte organizzazione del settore culturale, comprese quelle dell’associazionismo culturale no profit, per un confronto sulla norma e sull’operatività della stessa. Dopo quella data nulla è più accaduto. Sembra essersi tutto arenato al Ministero dell’Economia (MEF). Per questo in queste settimane il circolo Fanfulla di Roma ha lanciato una campagna di mail bombing che chiede agli artisti di inviare una lettera al MEF per sbloccare la situazione. Nel frattempo leggiamo sui giornali notizie sulla lentezza del censimento degli immobili pubblici e incredibili dati sul loro utilizzo. L’Istituto Bruno Leoni ha calcolato che il valore degli immobili pubblici «potenzialmente liberi, quindi non necessari ai fini istituzionali né affittati ad altri» ammonta a 42 miliardi di euro. 

Un patrimonio gigantesco utilizzato male. Nel DEF (Documento di Economia e Finanza) approvato martedì 8 aprile,  nel capitolo dedicato alle privatizzazioni, si legge che si vuole accelerare il trasferimento dei beni immobili demaniali non utilizzati alle amministrazioni locali per rafforzare il cosiddetto ‘federalismo demaniale’. Processo assolutamente condivisibile visto il ruolo fondamentale delle politiche culturali territoriali, anche se rischia di svuotare di senso l’articolo 6 di ‘Valore cultura’ se una percentuale di questi immobili non viene vincolata agli usi previsti dalla legge. L’altro grave rischio è che gli enti locali, strangolati dal patto di stabilità e dalla crisi, facciano cassa vendendo gli immobili statali a loro trasferiti.

Beni pubblici che dovrebbero essere messi a disposizione della collettività e potrebbero davvero ospitare progetti di imprenditorialità culturale profit e non profit. Se si vogliono davvero sostenere politiche culturali che valorizzano le esperienze innovative e diffuse, è necessario che si acceleri ogni provvedimento utile a dare spazi (e spazio) all’arte e alla creatività.

Deve essere un impegno del Governo, dell’ANCI, delle Regioni e delle forze politiche che in questi anni hanno sostenuto la necessità di fare della Cultura uno dei pilastri per rilanciare il Paese e rafforzare la nostra democrazia.

 

ArciReport, 10 aprile 2014



Tags :

Lascia un Commento



(Il tuo indirizzo email non sarà visualizzato pubblicamente.)



image image image image image image image image image image image
rss
rss
rss
rss
rss
rss