Col Protocollo di Venezia, il diritto di difesa non è uguale per tutti

Un documento sconcertante che vorrebbe introdurre regole di comportamento dettate dal pregiudizio, oggettivamente discriminatorie e mortificanti il ruolo del difensore del richiedente asilo

 

Lo scorso 6 marzo a Venezia, la presidente del Tribunale e il presidente dell’Ordine degli avvocati hanno sottoscritto un Protocollo che si riferisce alla sezione immigrazione del Tribunale.

Si tratta di un documento sconcertante per i contenuti e per il metodo.

I Protocolli dei  Tribunali sono una prassi consolidata, finalizzata a condividere regole e comportamenti non previsti esplicitamente dalle leggi, per facilitare il funzionamento della macchina della giustizia. Questo Protocollo arriva all’inizio dell’applicazione della legge Orlando Minniti, che già contiene varie  modifiche (alcune discriminatorie) rispetto ai giudizi ordinari, e vorrebbe introdurre regole di comportamento palesemente dettate da pregiudizio e oggettivamente discriminatorie e mortificanti il ruolo del difensore del richiedente asilo.

Ad esempio, la previsione di tariffe diverse per ‘chi vince’ e per ‘chi perde’, sembra volta a scoraggiare chi vuole tutelare l’interesse del ricorrente.

53529_6torrentiAccoglienzaMigrantiNimis11dic14.jpgL’indicazione della conduzione dell’udienza da parte del giudice, senza l’intervento del difensore, è del tutto fuori luogo ed evidentemente strumentale.

All’art. 7 poi il Protocollo abbandona ogni parvenza di ‘politicamente corretto’ e si cimenta nel tentativo di criminalizzare tutti i ricorrenti come potenziali untori, richiedendo informazioni sul loro stato di salute. Anche gli altri articoli, per quanto i due firmatari di fronte alla pioggia di critiche si siano affrettati a cercare giustificazioni poco credibili, appaiono dettati soprattutto dalla voglia di allargare la già forte discriminazione introdotta con la legge Orlando Minniti. Vale la pena ricordare che questa legge, per la prima volta nella storia della Repubblica, per un gruppo specifico, i richiedenti asilo, cancella qualsiasi possibilità di far valere le proprie ragioni attraverso un difensore davanti ad un giudice che decide della sua vita e della sua libertà. Infatti è stato cancellato l’appello ed è stato previsto il cosiddetto rito camerale davanti al giudice ordinario, affidando alla discrezionalità dello stesso giudice di prevedere o meno un’udienza alla quale partecipino sia il richiedente asilo che il suo difensore. Un giudizio, dunque, fatto sulle carte, nonostante riguardi il riconoscimento di un diritto fondamentale.

Il Protocollo veneziano punta, con tutta evidenza, a scoraggiare gli eventuali difensori, a criminalizzare i ricorrenti e in generale ad alimentare, anche per via regolamentare, l’idea che le garanzie giurisdizionali, nel caso dei richiedenti asilo, servirebbero solo a consentire a questi ‘millantatori’ di approfittare delle conquiste della nostra democrazia e che quindi sia necessario limitarne i diritti per evitare l’eccesso di garanzie.

Come un blob che tutto pervade, il pensiero razzista si diffonde rapidamente insieme alla campagna di criminalizzazione del diritto d’asilo e di chi svolge attività di tutela dei richiedenti asilo e dei rifugiati. Chissà quali altri sorprese ci riserva questa stagione buia e rancorosa.