Arci aderisce e sostiene lo sciopero generale della cultura del 12 giugno

ROMA, 09 GIUGNO 2026 – Arci aderisce e sostiene lo sciopero generale della cultura del 12 giugno, indetto da Mi Riconosci?, per denunciare lo stato strutturale del settore culturale in Italia, basato su sfruttamento, lavoro povero, precarietà e disinvestimenti.

Aderiamo come organizzazione che mette insieme centinaia di spazi culturali che operano nel settore dello spettacolo dal vivo, del cinema, della promozione culturale dal basso, dai grandi centri fino alle aree interne. Migliaia di attività culturali (laboratori, concerti, mostre, corsi, spettacoli teatrali e proiezioni cinematografiche) che contribuiscono a facilitare l’accesso culturale nel nostro paese, spesso gratuitamente o a costi molto bassi.

Realtà costrette però a confrontarsi ogni giorno con il definanziamento del settore culturale, sia a livello nazionale che territoriale, che tende sempre più a riconoscere il ruolo delle multinazionali dell’intrattenimento a scapito dei presidi di prossimità e dei piccoli festival.

La cultura è uno dei settori più falcidiati dai tagli di questo Governo, pienamente in linea con una tendenza storica del nostro paese che non ha mai attribuito al lavoro culturale adeguati riconoscimenti e tutele.

Arci è parte di quel mondo vivo, plurale e contraddittorio che chiamiamo “cultura”: ne condivide le passioni, i valori e – troppo spesso – le contraddizioni e le fatiche. È per questo che non possiamo tacere di fronte a un sistema che mortifica sistematicamente chi quel mondo lo costruisce ogni giorno.

 

Per lo sciopero generale della cultura del 12 giugno i circoli e i comitati Arci ospiteranno iniziative e assemblee in tutta Italia e parteciperanno ai presidi di protesta in solidarietà con i lavoratori e le lavoratrici in sciopero.

 

Lo spettacolo dal vivo – teatro, musica, danza, circo, performance – è un comparto dove la precarietà è strutturale da decenni. L’intermittenza lavorativa non è un’eccezione ma la norma: le maestranze tecniche, i performer, i registi, i drammaturghi, gli organizzatori alternano periodi di intenso lavoro a vuoti di reddito che il sistema previdenziale non sa gestire.

L’indennità di discontinuità, introdotta come misura per i lavoratori dello spettacolo, è rimasta uno strumento insufficiente, burocraticamente macchinoso e incapace di garantire una reale continuità di vita. Il Fondo Nazionale Unico per lo Spettacolo (FNSV) è cronicamente sottodimensionato, esposto alle logiche di discrezionalità ministeriale e incapace di rispondere ai bisogni di un settore che – nonostante tutto – continua a produrre cultura, a riempire teatri e spazi culturali, a generare indotto economico e coesione sociale.

 

In un momento in cui si pianifica l’aumento della spesa militare fino al 5% del PIL, Arci richiede con forza che quelle risorse siano invece destinate a sanità, istruzione, transizione ecologica e cultura.

La cultura non è un lusso. È un diritto di tutta la cittadinanza. Ed è prodotta da lavoratrici e lavoratori che meritano dignità, diritti e sicurezza.

Torniamo nelle strade. Torniamo a scioperare. Per la dignità. Contro ogni sfruttamento