La riforma costituzionale sulla giustizia opera entro un definito disegno politico regressivo. Una diversa idea di democrazia che è stata chiaramente enunciata.
Basta qui elencare le riforme annunciate: lo sgangherato premierato attualmente in discussione in parlamento. Un progetto che trasformerebbe la nostra democrazia parlamentare in una inquietante democrazia del Capo. Un programma di ribaltamento dell’assetto dei poteri locali perseguita con insistita e caparbia volontà – nonostante le smentite della Consulta – dai fautori dell’autonomia differenziata. Due riforme che assieme a quella della giustizia darebbero un altro volto alla democrazia costituzionale.
Ma è poi il clima politico, l’azione in concreto realizzata dall’attuale maggioranza parlamentare a preoccupare. Anche in questo caso è sufficiente un rapido ed estemporaneo elenco.
Basta pensare alle continue limitazioni ai diritti di libertà dei cittadini. In primo luogo, il diritto al dissenso e alla libertà di riunione e di manifestazione. Stiamo inoltre subendo l’onta di continui decreti sicurezza contrassegnati da un panpenalismo che ha portato a moltiplicare le pene, sino a configurare come reato la resistenza passiva. E poi anche il diritto di critica e la libertà di stampa appaiono sotto stress: abbiamo visto attacchi diretti a giornalisti non per contestare fatti, ma per delegittimare le opinioni o le inchieste svolte. Infine, non può che far riflettere l’incapacità nel governare il fenomeno strutturale delle migrazioni, che non solo sta facendo venir meno ogni politica di accoglienza, ma anche ogni garanzia dei diritti inviolabili che devono essere assicurati a tutte le persone, stranieri compresi. Sino ad ora un disegno non riuscito, grazie a qualche giudice coraggioso.
Potrei continuare con altre esemplificazioni, ma mi sembra già sufficientemente chiaro il segno del cambiamento. Opporsi è possibile, forse doveroso.