8 marzo: senza consenso è stupro

Per Arci l’8 marzo non è una ricorrenza simbolica né celebrativa. È una giornata di lotta, di presa di parola collettiva, di visibilità politica. È il momento in cui rendere evidenti le disuguaglianze strutturali che attraversano le nostre vite e rivendicare diritti, libertà e autodeterminazione.

Nel contesto attuale, segnato dal cosiddetto ddl stupri, scegliamo di mettere al centro il tema del consenso come fondamento delle relazioni, delle politiche pubbliche e della convivenza sociale. Un tema che il dibattito istituzionale continua a eludere o a trattare in modo ambiguo, privilegiando risposte emergenziali e securitarie che non incidono sulle cause profonde della violenza maschile contro le donne e le soggettività non conformi.

Il ddl propone infatti un approccio che rafforza l’idea di sicurezza come controllo e repressione, senza affrontare la violenza di genere come fenomeno strutturale, culturale e sistemico. Arci ne contesta l’impianto perché non riconosce il consenso come criterio chiaro e centrale, continua a spostare sulle vittime il peso del racconto e della prova, non investe in prevenzione ed educazione affettiva e ignora i rapporti di potere che attraversano corpi e relazioni.

Senza consenso non c’è libertà, non c’è sicurezza, non c’è giustizia. Il consenso non è una zona grigia, non è silenzio, non è paura, non è adattamento. È una scelta libera, informata e revocabile. È un diritto che riguarda tuttɜ e che chiama a una responsabilità collettiva.

Per questo continuiamo a chiedere politiche che agiscano sulle radici della violenza, investano sulla prevenzione, sull’educazione, sulla trasformazione culturale e riconoscano l’autodeterminazione come principio non negoziabile.

Il 28 febbraio scendiamo in piazza a Roma insieme a chi rifiuta ogni arretramento sui diritti e chiede un cambiamento reale. Perché difendere il consenso significa difendere la libertà di tuttɜ.

L’illustrazione della campagna 8 marzo 2026 è realizzata da Yele e Tres, artistɜ e graphic designer che lavorano sulla relazione tra segno, parola e immaginario politico attraverso pratiche visive e tipografiche.

 

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