Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Cristina Cattafesta racconta la sua detenzione in Turchia

Cari compagni e compagne Arci, intanto grazie per l’impegno che avete profuso per la mia liberazione e… sì, ce l’abbiamo fatta!

Vorrei parlarvi soprattutto del Centro di Detenzione e Deportazione (intesa come espulsione) di Gaziantep, dove sono rimasta per 10 giorni, dal 26 giugno al 6 luglio, in attesa di avere notizie sul mio rimpatrio. Al di là della mia esperienza, vorrei parlarvi della gestione di un centro di questo tipo, che viene indicato come modello dall’Unione Europea che lo finanzia per l’85%, insieme alla Turchia (15%).

Formalmente perfetto, pronto alle indagini superficiali dei commissari dell’UNHCR, dove ti danno da mangiare bene, le camere sono pulite, dove non ti manca il necessario, ma dove le persone vengono trattenute spesso senza alcuna ragione o con ragioni risibili, per mesi, talvolta fino a un anno. Dove ‘diritti’ che non ti vengono nemmeno enunciati, vengono concessi arbitrariamente, quando e come decidono loro, l’onnipresente polizia; dove le parole «tra cinque minuti» o «domani» ti vengono ripetute ogni giorno per giorni. Dove ti tolgono ogni forma di comunicazione con l’esterno e persino gli orologi, così perdi il senso del tempo.  Ti tolgono tutto quello che può servirti per suicidarti, perché a questo si pensa troppo spesso laggiù.

Dove le persone, soprattutto le donne sole, piangono per giorni e giorni, senza che questo produca un po’ di comprensione da parte delle autorità e della polizia. In compenso sempre pronti a fornirti sonniferi e antidepressivi, così stai calma e non rompi. Per lo stesso motivo ti permettono di fumare, non ti danno tè o caffé. Ma le risse scoppiano lo stesso, tra famiglie o donne ISIS e le loro vittime, messe sullo stesso corridoio…

Dove ci sono soltanto espulsioni (Deport!!) e mai la concessione di andartene libera nel paese dove magari hai vissuto per anni da brava persona, dove hai lavorato e messo su famiglia.

Dove tanti bambini, ma proprio tantissimi, possono giocare solo nel corridoio e soffrono di questa reclusione: M. diceva: «quando diventeranno grandi soffriranno di traumi perché un’esperienza di privazione della libertà come questa sarà incancellabile». Dove quando arrivano gli ispettori chiamano l’ultima poverissima famiglia appena scappata dalla Siria in fiamme, e gli chiedono come mangiano, se ricevono cure mediche  e… basta così, pochi minuti per confermare che il progetto va avanti. Ogni volta che ci troviamo in saletta fumatori Maria, uzbeka quarantenne destinata al rimpatrio, guarda fuori dalla finestra. Al di là delle sbarre, dopo l’aeroporto, c’è un orizzonte dolce di montagne curde, nitide. Lei guarda la libertà e quando si gira ha sempre il viso rigato di lacrime. Mi guarda e con le mani mima un uccello che esce dalla finestra e vola via. Maria è una musulmana moderata e tosta, con un vocione sempre pronto a esplodere, soprattutto per incoraggiare le altre. È temuta Maria, è anche rissosa. Eppure tutte sanno che è una persona su cui si può contare. Lei mi ha guidata, consigliata, spronata a mangiare quando facevo fatica a ingoiare un cucchiaio di minestra per lo stomaco chiuso dalla rabbia e dalla paura. Maria, che mi dice – nel linguaggio dei gesti e con le poche parole comuni – come mi devo comportare, regalandomi un codice di comportamento che avrei messo mesi a decifrare. Non le ho mai chiesto perché era lì, ma so che ha una sorella in Turchia, un cognato e dei nipoti, che la vengono a trovare e le portano soldi, vestiti e sigarette. Lei li aspetta, li chiama e si sbraccia dalla finestra della saletta fumatori, e naturalmente piange silenziosa. So che parla benissimo il turco e l’uzbeko. La rimanderanno in Uzbekistan, dove non ha più nessuno. Ed è l’unica cosa che riesce a dirmi di sé, prima di ricominciare a piangere.

In saletta fumatori, il nostro unico luogo di incontro, ci troviamo in un gruppo numeroso di donne, anche non fumatrici, le cui storie sono marchiate a fuoco nella mia memoria.

Zuleika, 44 anni, anche lei uzbeka, una bravissima parrucchiera musulmana e aperta, sette anni passati in Turchia, dove ha un marito e un figlio, beccata con permesso di soggiorno scaduto. Quando le hanno comunicato l’espulsione, che già temeva, ha cominciato a piangere e non ha più smesso.

Dolce e triste Zuleika, che non ha smesso di piangere per una settimana di seguito. Ma mi sorrideva ogni giorno appena sveglie, magari tra le lacrime, per darmi il buongiorno.

M., 23 anni, siriana di origini, una famiglia numerosa, colta e benestante in Turchia, con una laurea: era andata per rinnovare la carta di identità. Le hanno soltanto detto di attendere qualche minuto, c’era un problema con il sistema elettronico… Poi l’hanno portata a Gaziantep e ce l’hanno tenuta per otto mesi. Ha avuto problemi di salute grave. L’hanno portata in ospedale, l’hanno curata e poi rimandata a Gaziantep. «È peggio di una prigione, in prigione ti dicono quale è la tua colpa e quanto durerà la pena». Quando le ho raccomandato di proteggere S., una ragazza cristiana proveniente dall’Africa, mi ha guardata come se stessi dicendo una sciocchezza! Certo, era scontato, aveva tantissime amiche cristiane, lei musulmana con l’hijab, aiutava tutte, con affetto e dedizione. Era il suo modo per non impazzire. Leggere e aiutare le altre.

S., africana, fermata mentre raggiungeva il marito a Istanbul con un visto regolare di tre mesi. L’hanno fermata in aeroporto e l’hanno portata a Gaziantep. Dicevano che il visto era falso. E lei, irriducibile e coraggiosa, ogni giorno chiedeva quanto ci avrebbero messo a verificare la validità di un visto. Ma soprattutto era arrabbiata perché non le avevano permesso di avvertire suo marito, che l’aspettava all’aeroporto. Suo marito non l’ha vista arrivare e non sapeva nulla.  Non accettava i soprusi ed era sempre pronta a rivendicare i diritti espressi ma mai scritti e mai applicati, con coraggio e fermezza.

Sima, marocchina, musulmana non praticante, alta due metri, con la sua bambina meravigliosa avuta fuori da matrimonio, terrorizzata che la rimpatriassero in Marocco, dove la sua famiglia tradizionalista l’avrebbe uccisa, mimava lei mettendosi una mano al collo. Magari no. O magari sì, è tutto vero, e hanno consegnato Sima e Pauline al boia.