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Decreto Sicurezza, la vendita dei beni confiscati desta forti perplessità. Resti l’extrema ratio

La dichiarazione di Acli, Arci, Avviso Pubblico, Centro Studi “Pio La Torre”, Legambiente, Libera, Cgil, Uil

Con riferimento al decreto legge recante “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica nonché misure per la funzionalità del Ministero dell’interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata” firmato ieri dal Presidente della Repubblica, le scriventi organizzazioni sindacali e associazioni – promotrici della riforma del Codice delle leggi antimafia approvata lo scorso anno – esprimono innanzitutto forti perplessità nel mettere insieme temi quali la sicurezza, la lotta alle mafie e l’immigrazione, e sottolineano l’importanza del rispetto degli obblighi costituzionali e gli impegni internazionali assunti dall’Italia.

In merito alla gestione e destinazione dei beni confiscati, nel testo licenziato si è cercato di porre rimedio a illogicità presenti nelle versioni precedenti, quali la discrezionalità nell’istituire i Comitati permanenti sulle aziende sequestrate e confiscate presso le Prefetture ed il ridimensionamento del ruolo del Comitato consultivo di indirizzo presso l’Agenzia nazionale.

E’ certamente positiva la previsione di rafforzare la stessa Agenzia nel suo organico e in particolar modo con 70 nuove assunzioni attraverso concorso pubblico, anziché ricorrendo solo alle procedure di mobilità interna. Misura necessaria a ridurre vuoti già evidenziati, anche in termini di competenze e qualifiche adeguate. Rimane tuttavia il fatto che non sono individuate le coperture finanziarie e risulta difficile pensare di sostenere finanziariamente questo fabbisogno con il 20% che l’Agenzia dovrebbe ricevere dai proventi della vendita dei beni immobili. In primo luogo perché anche nella eventualità che ciò avvenga non è possibile ipotizzare il valore del ricavato. In secondo luogo, perché i tempi sarebbero comunque lunghi. Infine, perché l’Agenzia sarebbe incentivata a vendere piuttosto che operare per un riutilizzo pubblico e sociale dei beni.

Da questo punto di vista, risulterebbe utile dare concreta attuazione della Strategia nazionale per la valorizzazione pubblica e sociale dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata approvata alcuni mesi fa dalla Conferenza Stato-Regioni, attraverso l’utilizzo delle risorse nazionali e comunitarie ivi indicate e già in parte disponibili nella programmazione delle politiche di coesione.

La Strategia nazionale prevede, infatti, in uno dei suoi assi principali, il rafforzamento della capacità amministrativa e della cooperazione degli attori istituzionali responsabili del processo di sottrazione, valorizzazione e restituzione alla società dei patrimoni illegalmente accumulati.

A tale proposito, la scelta di individuare quattro sedi secondarie dell’Agenzia risponde all’esigenza di avere una presenza territoriale indispensabile, da noi sempre auspicata, anche attraverso una maggiore funzionalità dei nuclei di supporto presso le Prefetture. Tuttavia, ribadiamo la necessità di un rafforzamento complessivo dell’Agenzia in modo che la sede centrale possa svolgere in maniera adeguata il ruolo di coordinamento nazionale così come era stato previsto sin dalla sua nascita.

In relazione alla estensione della vendita dei beni confiscati ai privati dei beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione o il trasferimento per finalità di pubblico interesse, ribadiamo, com’è nello spirito originario della legge n. 109/96, che ad essa si deve ricorrere come extrema ratio e non come una scorciatoia per evitare le criticità che si riscontrano nella destinazione e assegnazione dei beni. La stessa deve essere realizzata in modo controllato, così da impedire un ritorno nella disponibilità dei mafiosi dei beni loro sottratti. La vendita, inoltre, deve essere accompagnata da un serio progetto di riutilizzo, che deve essere attentamente valutato da parte degli organi competenti dello Stato.

La previsione della vendita a tutti i privati, ricorrendo all’asta, desta forti perplessità, pur se nel decreto per alcune categorie di soggetti è previsto il diritto di prelazione.

A questo si aggiunge la concreta preoccupazione che i beni messi all’asta non solo siano venduti a prezzi svalutati ma, altresì, che il loro acquisto possa essere realizzato da componenti di quella “area grigia”, composta da professionisti, imprenditori, faccendieri, che agisce formalmente nella legalità, ma in realtà opera per la riuscita di operazioni commerciali e finanziarie capaci di riciclare il danaro sporco e di provenienza illecita (es. evasione fiscale, truffe, frodi). Il rischio che si aggirino i paletti previsti per garantire una vendita controllata sono concreti. Tra l’altro non si tiene conto che già oggi non sono destinati i beni immobili con maggiori problematiche, perciò è prevedibile che scarse saranno le vendite a buon fine.

Risulta prioritario, infine, dare concreta attuazione alle disposizioni previste nel decreto legislativo sulla tutela dei lavoratori delle aziende sequestrate e confiscate, approvato nel mese di maggio.

Per tutte queste ragioni, occorre da parte di tutti responsabilità e impegno concreti per assicurare l’effettiva restituzione dei patrimoni sottratti ai mafiosi ed ai corrotti alla collettività  – in un’ottica “risarcitoria” – sotto forma di servizi sociali, lavoro vero ed economia solidale e per difendere il sistema attuale delle misure di prevenzione antimafia.

Si tratta di un percorso che richiede coerenza e perseveranza che le scriventi organizzazioni e associazioni si impegnano a rinnovare insieme, assicurando la piena disponibilità a collaborare con le Istituzioni, a partire dalla presentazione di proposte di integrazione e modifica al testo del decreto nel suo prossimo iter parlamentare.

Roma, 5 ottobre 2018