Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Diario di viaggio a Gaza, città che resiste

Entro a Gaza, il 12 agosto, dopo tre controlli: Israele, Autorità Nazionale Palestinese e Hamas.

I  due milioni di abitanti, 70% profughi, sono dal 2007 (Hamas al Governo) stretti in una morsa che non fa passare né persone né merci. I pescatori non possono pescare, se non a rischio di essere colpiti dai proiettili israeliani. Il mare è molto inquinato a causa del collasso del sistema idrico di riciclo delle acque reflue, della mancanza di carburante, dell’erogazione saltuaria di corrente elettrica.

 

Calma sorprendente

Sono sorpresa dalla calma di questa cittadina di mare, con ombrelloni e bagnanti! Solo pochi giorni fa piovevano bombe. Missili anche sul più grande teatro di Gaza City, Al Meshal,  distrutto il 10 agosto. Un messaggio violento a cui già il giorno dopo un gruppo di ragazzi ha risposto tenendo un concerto sulle macerie e scrivendo sul blocco più grande Free Palestine!

 

La musica, arma contro la distruzione, al Conservatorio Edward Said

La mia prima visita è al Conservatorio musicale Edward Said, che Cultura è libertà è impegnata a sostenere con un progetto di borse di studio per bambini/e. Ci sono decine di ragazzini e ragazzine,  insegnanti che fanno lezioni di musica.

Il nuovo giovane direttore, Ismail Daoud,  musicista suonatore di oud,  è orgoglioso di dirigere e mostrare questa istituzione, e molto contento per le borse di studio che Cultura è libertà si è impegnata a offrire, e che speriamo di realizzare con il contributo di tanti entro l’anno.

Chi vuole può contribuire qui:

https://buonacausa.org/musica/bambini

 

La biblioteca Edward Said

La convinzione che la cultura sia un’arma di resistenza ha portato Mosab Abu Toha, 24 anni, a creare a Beit Lahia una biblioteca pubblica, autofinanziata, dove campeggia un ritratto gigante di Edward Said. L’idea gli è venuta dopo il  bombardamento del 2014 (oltre 2000 vittime) e da un volume trovato tra le macerie. Anche a casa la sua libreria era distrutta. Raccontato il fatto su facebook, ha ricevuto da amici tanti libri. «Ho riempito la mia stanza, li ho messi perfino sotto al letto. Poi ho deciso di condividerli e così è nata l’idea della biblioteca».

C’è una sala di lettura anche per i bambini, un’aula per lezioni di inglese. «Purtroppo – dice Mosab – per ora ho solo letteratura, vorrei libri di scienza, di medicina, di filosofia, di arte, che possano essere usati da studenti universitari, in arabo o inglese».

Chi può dargli una mano può spedire i libri a questo indirizzo:

Mosab Abu Toha. Gaza-Palestine. Israel. 00972. Omar Al Mokhtar Str. 00972592213114

 

Incontri sindacali

A Ramallah, prima di arrivare a Gaza, ho incontrato Abla, sindacalista del Pgftu (era il sindacato unico), vista tante volte a Nablus con delegazioni della Fiom. Sapendo che vado a Gaza, mi suggerisce un sindacalista con cui parlare. Il Pgftu legato strettamente a Fatah, con l’ascesa di Hamas nel 2007, a Gaza ha avuto vita dura, in quasi clandestinità. «Adesso le cose vanno meglio e possiamo lavorare» mi dice Salameh Abu Zaeter. Parla della situazione economica e sociale pessima: il settore dell’industria bloccato (mancano carburante ed energia elettrica), l’agricoltura quasi finita per le distruzioni operate da Israele; la disoccupazione oltre il 43%; il salario minimo di legge (375 dollari/mese) non sempre viene erogato e l’ANP ha decurtato del 50% i salari dei ‘suoi’ dipendenti pubblici. La manifestazione contro questa decisione che si è tenuta a Ramallah è stata duramente repressa dalla polizia palestinese. È interessante sapere che per la prima volta è stata varata una legge sulla sicurezza sociale. Pensioni, infortuni sul lavoro e indennità di maternità gli obiettivi da realizzare nella prima fase; nella seconda, assegni familiari, malattia, invalidità, indennità di disoccupazione.

 

Donne protagoniste

Come in tutta la Palestina a Gaza le donne sono un soggetto primario, il tessuto connettivo di questa società. Instancabili. Vado a incontrare Mariam Abu Dakka nel centro da lei diretto: Palestinian Women Development Center. Mariam è una vera combattente, nata a Gaza, in cui è tornata nel 1994, dopo aver girato molti paesi tra cui la Tunisia, quando c’era Arafat. È la prima donna che vedo fumare tranquillamente in pubblico. «Non sono sposata, non ho figli, ma qui sono la madre di tutte!». Il Centro è un luogo di incontro e di sostegno psicologico – i traumi dei bombardamenti sono tanti. È un luogo di lavoro e di formazione professionale. C’è un salone di bellezza, una sala dove si ricama, un piccolo laboratorio di taglio e cucito, una palestra ben attrezzata «perché la cura del corpo è un aspetto essenziale delle nostre attività» dice un’altra di queste indomabili donne. E la situazione politica? «Per noi – dice Mariam –  la questione più grave è la divisione interna dei palestinesi, mentre Israele e Usa fanno grandi pressioni su chi aiuta Gaza. Il taglio dei fondi all’Unrwa è pesantissimo. La recente legge di Israele sullo Stato ebraico è indegna. Cercano di fermare le nostre manifestazioni, ma la nostra gente non lo accetta e continuerà. È un nostro diritto: qui i rifugiati sono 1.300.000, per questo si chiede il diritto al ritorno. Ma la politica di Trump è che si facciano muri dappertutto: divide et impera!»

 

La Grande Marcia per il Ritorno

Come ogni venerdì dal 30 marzo si svolge la Grande Marcia per il Ritorno: migliaia di abitanti di Gaza si recano a manifestare pacificamente alla rete di divisione da Israele.

Questo venerdì la marcia è dedicata a Gerusalemme.  Vado con Salah Abdelati, avvocato, direttore dell’associazione al Masarat e della International Commission for support  the rights of palestinians.

Salah è uno degli organizzatori della manifestazione, molto popolare e intervistato. In questa enorme spianata ci sono migliaia di persone, famiglie con bambini, gente seduta sotto l’ombra di un grande telone che ascolta discorsi, musica, canzoni.  Altri sono più vicini alla rete divisoria, oltre la quale si vedono le postazioni militari israeliane. Le camionette portano copertoni da bruciare che fanno fumo nero, per proteggere i manifestanti dal tiro dei soldati, un fumo che non è riuscito a salvare 160 vittime e i quasi 20mila feriti. Poi le striature bianche: sono i gas lacrimogeni, e si sentono… Sotto il palco, assisto alla commovente  ‘danza delle stampelle’ di un gruppo di ragazzi senza una gamba per le pallottole sparate nei venerdì precedenti. Una incredibile allegria, a cui si unisce quella di un’anziana, anch’essa con le stampelle! Verso la fine della giornata, arriva il drammatico bollettino: oltre 200 feriti, due uccisi, a Rafah e a Deir El Balah. Salah torna al suo ufficio per stilare il comunicato stampa, come ogni venerdì.

 

Cultura e pensiero libero

I miei ultimi giorni a Gaza coincidono con la grande festa Eid el Kebir. Le famiglie si riuniscono, gli uffici pubblici sono chiusi. Riesco a incontrare Mariam Zaqout, direttrice del Centro Cultura e pensiero libero, creato nel 1995, a Khan Younis, al sud. Con grande energia, dirige il Centro nato nel 1995, per offrire uno spazio di incontro e attività a ragazze e ragazzi. Vi lavorano 71 dipendenti e 20 volontari/e. Due dei cinque centri sono dedicati a bambini e bambine.

«Incoraggiamo lo studio della musica e del canto, la partecipazione, anche delle donne, cresce ogni giorno». C’è anche un consultorio (creato con il contributo dell’Aidos) e il primo laboratorio di decorazione del legno per sole donne. «Non ci dimenticate – dice Mariam salutandomi – abbiamo bisogno del sostegno di tutti quelli che credono come noi nella cultura e nel pensiero libero!».

Non vi dimentico, arrivederci Gaza!