Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

In migliaia sfilano a Firenze per ricordare Idy Diene, uomo di pace

Sabato 10 marzo, nel pomeriggio, a Firenze un fiume di persone – secondo i dati della Questura più di 10mila, verosimilmente intorno alle 17mila – scorreva accanto all’Arno, circondandolo in un corteo dal percorso ad anello, che ha abbracciato il cuore della città e il suo fiume. Questo è stata la manifestazione antirazzista  in memoria di Idy Diene, l’uomo di origine senegalese scelto come vittima ‘casuale’, lo scorso lunedì 5 marzo sul ponte Vespucci dal pensionato fiorentino Roberto Pirrone.

Idy era persona conosciuta e stimata nella sua Pontedera, dove viveva da molti anni, in Oltrarno, dove trascorreva gran parte delle sue giornate di venditore ambulante, e all’interno della Comunità Islamica fiorentina, per cui era ‘il saggio’. Una persona, come recitavano i tantissimi cartelli alzati al cielo sabato, ‘di pace’.

Per lui, a Firenze si è svolta una grande manifestazione sabato 10 marzo, organizzata dalle Organizzazioni dei Senegalesi in Toscana a cui hanno aderito anche l’Anpi, le Istituzioni e le diverse Comunità presenti sul territorio. Una manifestazione che siamo particolarmente orgogliosi di aver contribuito a organizzare, insieme alla Cgil di Firenze, con cui siamo riusciti a mettere in piedi momenti di confronto e organizzazione vera e propria, accompagnando i rappresentanti della Comunità  senegalese in ogni passaggio, recuperando in maniera decisa quel ruolo, che ci è proprio, di cerniera tra Istituzioni, organizzazioni  e società civile. La manifestazione ha unito tutti gli antirazzisti della nostra città e della nostra Regione, facendoci camminare l’uno accanto all’altro, in un corteo silenzioso e composto, colorato dalle bandiere delle diverse associazioni, da quelle del Senegal e dai tanti manifesti realizzati dagli artisti e dai ragazzi dal collettivo ARK della facoltà di Architettura dell’Università di Firenze, bellissimi.

L’Arci era presente con delegazioni di Firenze, del Comitato regionale della Toscana, con la presidente nazionale e tanti rappresentanti dei comitati di Pistoia, Massa Carrara, Livorno, Siena e Grosseto.

È stato un corteo pacifico, nonostante nei giorni precedenti qualcuno avesse ventilato che avrebbe potuto non esserlo. Ma Firenze ha dimostrato ancora una volta di essere città aperta, capace di mobilitarsi per sostenere una donna, una famiglia e una comunità colpiti da una tragedia immane, di compattarsi al grido di ‘pace’ e ‘no al razzismo’. Una città diversa, molto più bella ed emozionante rispetto all’immagine da cartolina che in questi anni le Istituzioni le hanno ritagliato e cucito addosso, di fatto creando uno strappo tra la città e i cittadini, e consegnando la prima a turisti distratti, investitori, grandi gruppi ed eventi esclusivi.

Sabato, le fiorentine e i fiorentini si sono ripresi il centro della città e sono scesi in strada con i senegalesi, per dire a tutti che la comunità di Firenze non si lascia schiacciare dal clima d’odio diffuso, ormai, a macchia d’olio nel Paese, e che questa città è capace di reagire di fronte allo strisciante razzismo che, inutile negarlo, sottende all’omicidio di Idy. Perché, no, Idy non è stato ucciso ‘per caso’, ma per quest’odio velenoso inoculato nel Paese dalla destra, e non solo tra le sue fila. Una forma subdola di razzismo che cancella l’indignazione di fronte a quel «non sono razzista però…» che troppo spesso sentiamo ripetere. Un razzismo secondo cui è plausibile pensare che ci siano vite più sacrificabili di altre, persone più o meno meritevoli di scampare a una fine così terribile e la cui morte può passare in secondo piano.

Firenze, invece, sabato ha dimostrato, con compostezza e dignità, che non è il colore della pelle a renderci cittadini.  A noi, associazioni e singoli, adesso tocca il compito di non disperdere quell’energia e quei colori: il lavoro per contrastare le discriminazioni e le violenze può e deve prendere nuova linfa dalla manifestazione di sabato scorso e il ricordo di Idy Diene ci impone, oggi più che mai, un impegno condiviso e incessante.