Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Karim, senegalese, dalla nascita senza respiro

Nato senza diaframma, in Italia in cerca di una vita dignitosa è riuscito ad essere curato

Come mi chiamo?  Karim

Quanti anni ho? 32

Da dove vengo? Dal Senegal, più precisamente dalla Casamance

Qual è la mia storia?

Da quando sono nato mi manca il respiro.

Il giorno in cui ho compiuto 10 anni il mio Paese è entrato in guerra con sé stesso. Nella regione in cui vivevo, a Casamance, è iniziato un conflitto tra i militari del Governo e quelli legati al partito dell’opposizione. A partire da quel giorno la violenza non ha mai più lasciato le strade e le piazze della mia città provocando migliaia di morti e sfollati. Mi mancava il respiro.

Sono cresciuto e  da adolescente,  correndo per tornare verso casa dalla mia famiglia, mi sentivo di svenire. I miei genitori pensavano fosse per la condizione che vivevamo, per quello che accadeva ogni giorno intorno a noi. Un giorno sono riusciti a portarmi da un dottore. Gli ospedali, in quel periodo, erano pieni di persone ferite a causa dal conflitto.

Mi mancava il respiro e quel giorno ho capito il perché. Sono nato senza il diaframma, il muscolo che permette di respirare ed espirare correttamente.

Avrei dovuto sottopormi a terapie, curarmi, essere seguito da un dottore ma nel mio Paese il sistema sanitario non garantiva queste cure, nessuno era in grado di aiutarmi. Intanto il conflitto continuava e tutti noi, anche chi non era parte di un gruppo politico o militare, avrebbe dovuto armarsi e combattere. Io non volevo.

Così, col tempo, mettendo da parte dei soldi ho deciso di iniziare il viaggio per scappare dal mio Paese, alla ricerca di protezione, di pace e una vita dignitosa.  Dal Senegal, passando dall’Algeria, sono arrivato in Libia.

Continuava a mancarmi il respiro. Da lì sono partito, insieme ad altri, per arrivare in Italia.

Arrivato in Italia ho cercato un posto dove potessero curarmi. Non avevo più soldi con me, ero solo e non sapevo cosa mi sarebbe accaduto. Mi sono presentato presso un Ospedale: da quel momento sono diventato un caso studio per i medici. Ricoverato, sono stato sottoposto a terapie e a un intervento per una parziale ricostruzione. Il personale medico continuava a non capire come avessi fatto a sopravvivere tutti quegli anni senza respiro.

Sono stati loro ad informarmi dei miei diritti e ad aiutarmi a chiedere asilo. Mi è tornato il respiro.

Perché la Commissione Territoriale mi ha riconosciuto la protezione umanitaria?

Perché ha riconosciuto la necessità che venissi sottoposto a terapie mediche considerando la mia condizione caratterizzata da gravi motivi umanitari.

Perché mi ha riconosciuto il diritto alla salute – obbligo sia costituzionale (art.32) che internazionale – e quindi a cure mediche e terapeutiche che altrimenti non avrei potuto ricevere in Senegal.

Cosa mi succederà domani?

Devo chiedere il rinnovo. La maggior parte dei lavori che mi sono stati offerti non posso svolgerli a causa delle mie condizioni di salute. Lavoro come interprete con contratti di collaborazione a progetto. Ho paura che mi venga tolto il diritto ad avere un permesso di soggiorno. Rientrare in Senegal mi leverebbe il respiro.