Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

La guerra in Siria non si ferma

Un grave colpo all’autorevolezza delle Nazioni Unite

In questo preciso momento nel mondo sono 67 gli Stati coinvolti in conflitti e circa 780 i diversi ‘eserciti’ sul campo, comprensivi di forze armate ‘regolari’, milizie, guerriglieri, gruppi terroristi, separatisti, anarchici. Ogni volta che decidiamo di parlare di qualcuna di queste guerre stiamo implicitamente decidendo di sottacere le altre, di comporre una sorta di ordo pietate nei confronti delle vittime. Eppure tutte producono caduti, perseguitati, martiri, in numero sempre maggiore tra i civili piuttosto che tra appartenenti ad altre divise. È uno strano meccanismo nel quale ci ripromettiamo di non cadere ma che risente di un fenomeno misto e più globale che ha molto a che vedere con il mainstream mediatico, con l’empatia irrazionale e fenomeni di pura casualità. Quindi, pur sapendo quali atrocità e ingiustizie si stanno compiendo in questo istante in tantissimi Paesi geograficamente più vicini o lontanissimi, vorremmo simbolicamente puntare il dito su un’area martoriata da anni di guerra incessante e che ha anche in sé elementi generali che possono essere applicati ad altri contesti. È la guerra che da 7 anni si combatte in Siria – malamente descritta come ‘guerra civile’ ma più propriamente ‘guerra globale localizzata’, per l’entità e la varietà delle forze coinvolte – che ha prodotto oltre 500 mila morti e più di 6 milioni di profughi. Di quello che accade a Ghouta ne sappiamo ben poco, nessun giornalista presente. Alcune immagini ci arrivano dagli assediati: sono quelle dei baby-twitters come Rafida Sham, o dei giovani fotografi come Firas Abdullah, che ci raccontano l’inferno visto dal loro punto di vista, loro, scudi umani per i combattenti ribelli, assimilabili ai terroristi per le forze governative. Loro, per i quali dovrebbe ‘suonare la campana’, la campana della tregua e del canale umanitario di soccorso. Quella misura di protezione per i civili approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che è stata repentinamente violata, così come quella unilaterale proposta da Putin. Il mondo ha così scoperto che, nonostante le dichiarazioni ufficiali, nessuno può (e vuole davvero) imporre una tregua, perché ognuno ha le sue eccezioni: il governo di Damasco e la Russia escludono dall’accordo Isis e Al-Nusra mentre ai turchi va bene tranne che per le formazioni curde di Afrin. C’è anche chi cerca la Verità, in un vortice di informazioni contrastanti. Circolano importanti appelli di esponenti della società civile o disillusi articoli giornalistici. Per ora l’unica verità acclarata è quella del riconoscimento della vittima più eccellente, le Nazioni Unite. La loro autorevolezza come luogo di composizione delle controversie internazionali e di rispetto degli accordi presi è ormai da lungo tempo in crisi ma sarà difficile da riaccreditare dopo gli ultimi eventi in Siria. Colpisce il degrado morale a cui è ultimamente esposta con gravi accuse a suo carico.  Abbiamo sempre più il dovere di alzare le nostre voci contro le guerre e le ingiustizie, per favorire un sussulto di umanità anche quando sembra irrimediabilmente compromessa: in questo la società civile globale non deve fare un passo indietro. Parimenti sembra ormai non più rinviabile una discussione aperta e inclusiva sulla ridefinizione profonda delle istituzioni internazionali, sul loro funzionamento, perché la ricerca di un modo diverso di convivere per le genti del pianeta passa anche da lì.