Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Oggi mi vergogno di essere Israeliano

Nel 2004 feci un discorso alla Knesset, il parlamento israeliano, in cui ricordavo la Dichiarazione di Indipendenza dello stato di Israele. La definii «una fonte di ispirazione per credere in ideali che ci hanno trasformato da Ebrei in Israeliani».  Dissi inoltre che questo straordinario documento ha espresso un impegno: «Lo stato di Israele si dedicherà allo sviluppo di questo paese nell’interesse di tutto il suo popolo; si baserà sui principi di libertà, giustizia e pace, guidato dalle visioni dei profeti di Israele; garantirà pieni ed eguali diritti sociali e politici a tutti i suoi cittadini, senza riguardo a differenze di fede religiosa, razza o sesso; assicurerà libertà di religione, coscienza, lingua, educazione e cultura».

I padri fondatori dello stato di Israele che firmarono la Dichiarazione consideravano il principio di uguaglianza come il fondamento della società che stavano costruendo. Si impegnarono inoltre, e impegnarono noi, «a ricercare pace e buone relazioni con tutti gli stati e i popoli vicini». Settanta anni dopo, il governo israeliano ha ora approvato una nuova legge che sostituisce il principio di uguaglianza e i valori universali con il nazionalismo e il razzismo. Mi riempie di profonda tristezza dover oggi porre le stesse domande che ponevo 14 anni fa nel discorso alla Knesset: come possiamo ignorare l’intollerabile divario tra quello che la Dichiarazione di Indipendenza prometteva e quello che è stato realizzato, il divario tra l’ideale e la realtà di Israele?

Come può una realtà di occupazione e dominazione ai danni di un altro popolo accordarsi con la Dichiarazione di Indipendenza? Che senso ha l’indipendenza di una parte a spese dei diritti fondamentali dell’altra parte? Come può il popolo ebreo, la cui storia è un susseguirsi di continue sofferenze e implacabili persecuzioni, permettersi di restare indifferente di fronte ai diritti negati e alle sofferenze di un popolo vicino? Come può lo stato di Israele permettersi il sogno illusorio di una fine soltanto ideologica del conflitto, invece di cercarne una che sia concreta, umanitaria e basata sulla giustizia sociale?

Quattordici anni dopo, io credo ancora che, malgrado tutte le difficoltà oggettive e soggettive, il futuro di Israele e la sua posizione nella famiglia delle nazioni illuminate dipenderà dalla nostra capacità di realizzare la promessa dei padri fondatori così come consacrata nella Dichiarazione di Indipendenza.

Eppure, niente è davvero cambiato dal 2004. Anzi, abbiamo ora una legge che conferma lo status di cittadini di seconda classe per la popolazione araba. E questa è molto chiaramente una forma di apartheid. Non credo che il popolo ebraico sia sopravvissuto per 20 secoli in mezzo a persecuzioni e infinite crudeltà, per diventare adesso l’oppressore e infliggere crudeltà agli altri. Eppure questa nuova legge fa esattamente questo.

Per questo oggi mi vergogno di essere un Israeliano.

 

(L’articolo è stato pubblicato su Haaretz il 22 luglio 2018)