Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Ricostruire un movimento di solidarietà internazionale per i diritti dei palestinesi

«Non abbiamo bisogno della vostra emozione, abbiamo bisogno della vostra azione». Questo ci ha detto a Nabi Saleh il padre di Ahed Tamimi, la ragazzina in carcere dal dicembre 2017 per aver schiaffeggiato un soldato. Un soldato che proteggeva, come accade in quell’area ormai da moltissimi anni, i coloni che abitano il vicino insediamento espropriando la terra di questa comunità che ha sempre dimostrato di agire pacificamente, nonostante la violenza continua a cui sono sottoposti. Nel giardino della famiglia Tamimi, l’atmosfera era surreale, una tranquillità incredibile, nonostante i droni che volavano sulle nostre teste e nonostante l’arrivo di Muhammad, un ragazzino di 14 anni, colpito da un cecchino alla testa pochi mesi prima e poi arrestato mentre era ancora sottoposto agli interventi di ricostruzione della calotta cranica.

«L’unica nostra arma è insegnare ai nostri figli ad amare, nonostante tutto», anche queste parole del Signor Tamimi entrano nelle nostre menti come un macigno, così come macigni sono le storie che i nostri amici palestinesi ci raccontano quotidianamente. L’avanzare della colonizzazione è veloce, velocissima, lo vediamo dai paesaggi che cambiano, dal numero dei coloni che sono in giro per la Cisgiordania e da quello che ci raccontano.

A Gerusalemme il piano elaborato da Israele per cambiare le percentuali demografiche della città è in azione. Interi quartieri di Gerusalemme Est verranno esclusi dalla municipalità a favore dell’inserimento delle grandi colonie limitrofe, continua inoltre la distruzione delle case dei palestinesi nel quartiere di Silwan per costruire la Cittadella di David.

L’affermazione e successiva azione di Trump sul trasferimento dell’ambasciata statunitense da Tel Aviv a Gerusalemme ha dato forza e riconoscimento alle politiche israeliane sulla città, ancora una volta contro qualsiasi norma del diritto internazionale. In questo quadro terribile di violenza, privazione di diritti, razzismo, apartheid e isolamento internazionale, c’è poi la situazione di Gaza. La grande prigione a cielo aperto in cui vivono 1 milione e 900mila persone, di cui l’80% sono profughi provenienti dai villaggi del ‘48. A Gaza hanno deciso di rilanciare, molti giovani, alcuni giovanissimi, hanno deciso di manifestare chiamando la loro iniziativa La marcia del ritorno.

In questo nome sta tutto il senso della loro azione e del voler alzare l’asticella delle richieste: si pone al centro del movimento il ritorno, proprio quel tema che non è stato minimamente contemplato in nessuna fase degli accordi di pace e che ormai non sta più neppure nell’agenda dell’ANP, sebbene sia sancito da una risoluzione delle Nazioni Unite, ma anche un ritorno alla dignità umana, ad una vita normale, al diritto al movimento.

Hanno scelto questo nome evocativo i giovani di Gaza per le loro proteste pacifiche per cui ancora una volta pagano con la vita. Hanno scelto di riaccendere i riflettori su quel pezzo di terra in cui non c’è lavoro, non ci sono cure mediche, né materiale per ricostruire le case distrutte dall’ultimo attacco israeliano, in cui i pescatori non possono pescare e gli agricoltori non possono coltivare, in cui non c’è futuro per loro, dicono i giovani.

In questa azione coraggiosa, i giovani di Gaza trovano il consenso dei loro coetanei della West Bank e di Gerusalemme, sui social è un’esplosione di condivisioni e di messaggi di incoraggiamento e sempre attraverso i social anche noi vediamo in diretta tutta la barbarie di soldati addestrati ad uccidere e, fatto ancora più terribile, ad esultare per queste morti. Il metodo non è nuovo, lo abbiamo visto negli ultimi anni ad Hebron e in altre zone, si spara per uccidere chi protesta. Mi viene in mente Hashem, che lavorava a Defense for Children International, ucciso da un cecchino durante una manifestazione in cui si chiedeva la liberazione dei bambini palestinesi detenuti nelle carceri palestinesi. E poi Ahmed ucciso da un cecchino nel campo profughi di Deisheh durante la così detta Intifada dei Coltelli.

In ognuno di questi casi non sono mai stati scontri, non c’è una guerra in atto, ma uno dei più forti eserciti del mondo che porta avanti una politica di occupazione e violenza quotidiana verso la popolazione disarmata. Per questi ragazzi, per un intero popolo, l’empatia a intermittenza non basta più, la nostra emozione non basta più, ci chiedono di agire al loro fianco e di ricostruire un movimento di solidarietà internazionale che sia efficace e accompagni le loro richieste per veder riconosciuto il diritto ad avere una vita degna.