Risorse maggiori o risposte peggiori per i poveri nel nostro Paese?

La posizione dell’Alleanza contro la povertà in Italia, di cui l’Arci fa parte, sul reddito di cittadinanza

Risorse maggiori o risposte peggiori per i poveri nel nostro Paese? Il Reddito di Cittadinanza (RdC) – come disegnato nel Decreto appena presentato – contiene entrambe le cose. In un’unica mossa, infatti, si stabilisce un ampio stanziamento a favore dei poveri ma si peggiorano gli interventi disponibili oggi e quelli che si potranno costruire domani.

 

Il modello

Il RdC incrementa sensibilmente i fondi destinati a coloro che vivono in povertà. È il più ampio trasferimento di risorse per la lotta alla povertà mai effettuato in Italia. In concreto, ciò permetterà a molti di poter sostenere spese fondamentali per la propria vita quotidiana. Si tratta di un risultato assai positivo.  Le criticità riguardano, invece, le risposte delineate. Il Reddito di Cittadinanza si rivolge ai poveri ma gli interventi previsti si concentrano sulla ricerca del lavoro. Tuttavia, numerosi poveri non sono in condizioni di lavorare, o non lo sono immediatamente, e – per chi lo è – le offerte di impiego debbono effettivamente esistere.

I minori sono ai margini del RdC. Da una parte vengono sfavoriti nella distribuzione dei fondi, a causa della scala di equivalenza adottata. Dall’altra si riduce la loro possibilità di ricevere quei servizi educativi e sociali cruciali per progettare un domani migliore. Trascurare la realtà e il futuro di bambini e adolescenti è una conseguenza logica del modello proposto: in una visione concentrata sul lavoro, infatti, non può esserci spazio per l’infanzia.

Più in generale, con il RdC vengono meno molte risposte che non riguardano la mancanza di lavoro. Il RdC sottovaluta nettamente il fatto che il lavoro, seppure fondamentale, è solo una tra le dimensioni della povertà. La naturale conseguenza è la negativa marginalizzazione dei servizi sociali comunali, che sono però gli unici a possedere le competenze necessarie per comprendere i molteplici volti della povertà.

Invece, il Reddito d’Inclusione (Rei) – attualmente vigente – si basa su una visione della povertà in tutte le sue componenti. Il Rei nasce da un’attività di incessante pressione e da un’articolata proposta dell’Alleanza contro la Povertà in Italia, che raggruppa la gran parte di chi è quotidianamente a fianco dei poveri. Il Governo ha però deciso di superare il Rei, e la sua impostazione, mentre sarebbe stato più utile correggerne i difetti e ampliare l’utenza.

Per quanto riguarda la distribuzione delle risorse stanziate, c’è il rischio di alimentare due divisioni nella società. Una è quella tra cittadini italiani e stranieri, dovuta alla discriminazione nei confronti di questi ultimi. Mentre è condivisibile richiedere che gli stranieri siano residenti da un certo periodo in Italia per fruire del RdC, portare questa soglia a dieci anni pare immotivato. L’altra divisione riguarda gli italiani in povertà che si trovano nel sud e nel nord del Paese. Non considerare le notevoli differenze esistenti nel costo della vita, infatti, fa sì che gli italiani poveri del nord non ricevano sostegni adeguati.

 

I tempi

Il RdC viene introdotto con troppa fretta. La partenza prematura comporta un elevato rischio di caos nella presentazione delle domande, impedirà di assumere personale opportunamente contrattualizzato e formato (navigator) e non consentirà di effettuare controlli adeguati sulle condizioni economiche dei richiedenti. Più in generale, si dimentica un punto ben noto a chi lavora con le persone in difficoltà: la costruzione di risposte in grado di sostenerle al meglio richiede tempo. L’enorme enfasi attribuita alle condizioni per accettare le offerte di lavoro, al patto di lavoro, ai navigator e alle altre modalità per promuovere l’occupazione distoglie lo sguardo dalla realtà. Il Decreto, infatti, indica chiaramente che ricorrervi è facoltativo e dipende dalla disponibilità di strutture e personale: data la loro attuale carenza, queste modalità interesseranno pochi utenti.

Il RdC è disegnato in modo da poter erogare rapidamente il maggior numero possibile di contributi economici, anche a prescindere da qualunque azione di inserimento lavorativo. Nei prossimi mesi, dunque, più che ad interventi di attivazione, assisteremo a una distribuzione a pioggia di risorse.

La situazione in cui versano i centri per l’impiego rende le indicazioni tese ad evitare i comportamenti passivi dei poveri – le cosiddette ‘norme anti-divano’ – perlopiù inapplicabili. Si tratta di disposizioni tanto inefficaci sul piano pratico quanto dannose su quello culturale. In questi mesi, infatti, si è identificato il povero come «uno che non vuole darsi da fare» o un «furbo». Il pericolo di comportamenti scorretti esiste ma riguarda l’intera società italiana e non è, come si è voluto far intendere, un’esclusiva dei poveri.

 

Guardando avanti

Il nostro timore, dunque, è che il profilo del Reddito di Cittadinanza non consenta di valorizzare l’opportunità di disporre di un ampio finanziamento. C’è il rischio che il RdC si riveli la strada sbagliata per rispondere alle esigenze dei poveri, senza peraltro raggiungere gli obiettivi di incremento occupazionale. Ciononostante, quando si comprenderà che non si è scelta la via migliore per combattere l’esclusione sociale, tornare indietro sarà complicato. E a farne le spese saranno i poveri.

In aggiunta, esiste il pericolo che tutto ciò faccia crescere la schiera di chi si oppone alla lotta contro la povertà. Noi stiamo elaborando puntuali proposte di miglioramento del Decreto, con lo spirito costruttivo che ci ha sempre contraddistinto. Da sola, però, nemmeno la nostra più totale disponibilità può bastare.

Ci auguriamo, dunque, di poter avviare un approfondito confronto con il Governo e con il Parlamento nell’esclusivo interesse delle persone e delle famiglie che vivono in povertà in Italia.