Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Un Libano preoccupato e deluso, a 9 anni dalle ultime elezioni

Dopo nove anni dalle scorse elezioni il Libano è tornato a votare. Questo tempo così lungo è dovuto alle tre successive proroghe del Parlamento eletto nel 2009, resesi necessarie sia per la grave instabilità nel paese indotta dalla crisi siriana sia per la difficoltà delle maggiori forze politiche a convergere su di una nuova legge elettorale di tipo proporzionale che superasse le rigidità della precedente maggioritaria e movimentare un sistema istituzionale bloccato dagli accordi del 1943 e del 1989: questi conferiscono per legge la presidenza della Repubblica a un cristiano, quella del consiglio ad un sunnita e quella del Parlamento ad uno sciita, e attribuiscono i 128 seggi metà alle varie confessioni cristiane e metà a quelle musulmane. Si tratta di un dato non trascurabile in un Paese che conta 18 confessioni riconosciute elettoralmente, 6 di natura cristiana e 12 musulmana, e in cui non è in sostanza possibile avere speranza di essere eletti fuori dal sistema confessionale.

Questa tornata trovava un’altra novità nel voto dei cittadini residenti all’estero, pensata non solo per coinvolgere la grande diaspora libanese in tutto il mondo (stimata in tre volte gli abitanti residenti nel Paese) ma anche, trattandosi perlopiù di cristiani, per cercare di correggere il calo demografico della popolazione cristiana (35% del totale nel 2015) che toglie legittimità alla quota del 50% dei seggi attribuiti per legge. In realtà solo 50mila libanesi all’estero hanno votato e appena il 49,2% degli elettori in Libano è andata alle urne.

Il risultato ha visto crescere le forze della coalizione pro-siriana 8 marzo: gli sciiti di Hezbollah e di Amal allargano la loro dotazione di seggi e consolidano la loro centralità nel Parlamento, e al contempo tiene la Corrente Patriottica Libera (CPL) del generale Aoun, movimento prevalentemente cristiano ma in cui convergono anche alcuni rappresentanti sunniti e alawiti. Dalla parte avversa, denominata 14 marzo, ha un grande successo Forze Libanesi di Samir Geagea, che raddoppiando i seggi polarizza i consensi maroniti (24% della popolazione) un tempo divisi con i Falangisti della famiglia Gemayel, ormai ridotti a soli tre seggi. Ma il risultato elettorale più evidente è quello catastrofico della Corrente del Futuro di Saad Hariri, perno della coalizione pro-saudita e anti-iraniana 14 marzo: l’attuale Presidente del Consiglio e figlio di Rafik (ucciso in un attentato a Beirut nel 2005) passa da 33 a 21 seggi perdendo di fatto la maggioranza nei quartieri sunniti di Beirut  e a Tripoli, città in cui si manifesta un fenomeno nuovo nella crescita di una rappresentanza sunnita pro-siriana.

La sconfitta di Hariri è probabilmente dovuta all’umiliante episodio che lo ha visto protagonista nel novembre 2017, quando, recatosi a colloquio con il principe ereditario Mohamed bin Salman, protettore della famiglia Hariri e dei sunniti libanesi, fu ridotto di fatto in stato di detenzione per alcuni giorni sotto il ricatto di rompere il governo di unità nazionale e far dimettere i ministri di Hezbollah. Lo shock che ne è conseguito in Libano ha ridotto i sostenitori dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, ed Hariri non è riuscito a risollevare la sua popolarità.

Appena placato lo scandalo, l’ostilità contro l’Arabia saudita è stata riaccesa dall’arresto e dalla liberazione, dietro una cauzione/estorsione di 6 miliardi di dollari, del principe Al-Walid bin Talal, magnate componente della famiglia regnante, famosissimo in Libano sia per la moglie libanese sia per l’enorme mole della sua munificenza in favore della parte povera della comunità sunnita.

Il Parlamento dunque inverte la maggioranza: ora c’è una debole maggioranza pro-siriana (71 seggi su 128) ed il risultato, dato che per legge il Presidente del Consiglio deve essere sunnita, è che il presidente Aoun confermerà l’incarico per un governo di unità nazionale all’indebolito Hariri, che sarà costretto a cedere ministeri chiave alla parte sciita. Dalle elezioni esce il quadro di un Libano preoccupato e deluso, dopo aver sperato nella conclusione della crisi siriana con l’avanzamento delle truppe governative contro Nusra ed Isis e dopo aver finalmente visto i propri confini ormai stabilmente in mano ad Assad ed Hezbollah.

Infatti il continuo volo dei jet israeliani su Beirut, che la notte rompono il muro del suono per svegliare la popolazione, la decisione di Trump di spostare l’ambasciata a Gerusalemme e soprattutto di annullare l’accordo sul nucleare con Teheran unitamente ai numerosi bombardamenti di Netanyau sulle basi iraniane in Siria, inducono vasta preoccupazione nei libanesi, consapevoli di subire grandi conseguenze dalle turbolenze indotte dalle pre-potenze locali sulla loro fragile democrazia che, unica in quel quadrante, ha saputo trovare la strada per la pacifica convivenza di una società multiconfessionale.