Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

USA: ‘In marcia per le nostre vite’

Il 24 marzo 2018 sarà  ricordata come una data storica per le manifestazioni mondiali, neanche la guerra in Vietnam aveva portato in piazza così tante persone. A dare il via a questo movimento così partecipato e potente, sono stati i ragazzi della scuola superiore di Parkland – in Florida – dove il 15 febbraio 17 ragazzi hanno perso la vita in un mass shooting. Perché non accada più, Never More. In poco più di un mese l’onda si è alzata e non accenna a scendere, a differenza di tutte le altre volte in cui un massacro simile si è consumato: 800mila a Washington e molti più nelle altre 836 città degli Stati Uniti. Tutti contro il presidente Donald Trump e la sua politica spregiudicata sulla vendita libera di fucili e pistole, tutti insieme per chiedere ai legislatori federali e statali di aumentare i controlli sulla proprietà e sulla vendita di armi da fuoco. Negli ultimi 20 anni si contano 193 sparatorie all’interno di scuole primarie e secondarie, con 129 vittime e 255 feriti. 187mila sono gli studenti coinvolti in questi drammatici eventi. Di media ogni anno ci sono 10 sparatorie, nel 85% dei casi le armi sono state portate da casa. Numeri ancor più impressionanti se si considera che mentre in Iraq – contro i ‘nemici’ – dal 2003 ad oggi sono morti circa 4.500 soldati statunitensi, negli USA ci sono ogni anno circa 30.000 cittadini morti da fuoco ‘amico’, cioè colpiti da altri cittadini statunitensi, la più sanguinosa delle guerre per il popolo americano!

Sembrerebbe quindi una richiesta di buon senso quella fatta dai giovanissimi del movimento March for Our Lives. Eppure potenti forze si mettono di traverso e impediscono qualsiasi passo in questa direzione. «Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove». Sembrerebbe un dialogo tratto da Pulp Fiction, invece si tratta del tatuaggio che Dana Loesch – la credente e patriota portavoce della NRA (National Rifle Association) – porta stampato sul suo avambraccio destro. Dice più questa citazione dalle Lettere di S. Paolo agli Efesini che pagine di studi sulla cultura profonda degli States, che viene da lontano. Viene sicuramente dall’epopea del Far West che si porta dietro l’idea della giustizia-fai-da-te, che questa non sia di competenza esclusiva dello Stato, a differenza della tradizione giuridica europea. Ma viene anche da un altro pezzo di storia, quella descritta nel 1915 dal lungometraggio di David Griffith – The Birth of a Nation – che narra la guerra di secessione e che fu aspramente criticato per i suoi contenuti razzisti. La NRA –  che nacque nel 1871 in favore dei detentori di armi da fuoco e per la difesa dei diritti civili (sic!), nella fattispecie preservando il Secondo emendamento della Costituzione americana – è oggi una potente lobby, condensato di questa eredità storico-culturale, proprietaria di una televisione, con 5 mln di iscritti e oltre 30 mld di fatturato complessivo. Così potente che comincia a far paura anche ai politici che ne sfruttano le ingenti risorse per le proprie campagne elettorali.

Enaugh is Enaugh, quando è troppo è troppo! Così questi ragazzini decidono di mettere a sconquasso l’intero sistema con degli slogan che non citano la proibizione delle armi – contro i quali ha sempre avuto buon gioco la NRA – ma sono tutti in positivo, parlano della difesa delle loro vite e delle stragi che non devono più accadere. E maliziosamente aggiungono, rivolgendosi ai politici, History has its eyes on you, La storia ha gli occhi puntati su di voi. Già, perché alle prossime elezioni di Midterm molti di loro voteranno, e negli anni a venire sempre di più. Per non sbagliare hanno già convocato la prossima iniziativa: sciopero generale il 20 aprile, per ricordare il primo e indimenticabile massacro, Columbine – Colorado – 20 aprile 1999, 13 morti.