Il Consiglio nazionale del 3 e 4 luglio ha aperto formalmente la stagione congressuale che porterà Arci al Congresso nazionale del 25-28 febbraio 2027. Una stagione lunga, diffusa, partecipata, che attraverserà circoli, comitati territoriali e regionali e che chiama tutta l’associazione a una domanda decisiva: quale ruolo deve avere oggi Arci in un tempo di guerra, disuguaglianze, crisi democratica e solitudine sociale?
Il Consiglio nazionale che si è tenuto il 3 e 4 luglio a Bologna non è stato un passaggio ordinario. Ha segnato l’avvio del percorso verso il XIX Congresso nazionale di Arci, convocato per il 25, 26, 27 e 28 febbraio 2027 a Torino, e ha messo al centro i materiali che accompagneranno la discussione congressuale nei prossimi mesi: la relazione di Walter Massa, il documento politico presentato da Rossella Vigneri, il regolamento congressuale presentato da Mariachiara Panesi e la prima proposta di modifiche allo Statuto nazionale presentata da Marco Mini.
Il punto di partenza della relazione di Walter Massa è una domanda che attraverserà tutto il percorso congressuale: che cosa significa oggi costruire un potere di pace in un tempo di guerra? Non si tratta di una formula evocativa, ma di una sfida politica concreta. Massa ha richiamato le parole di Pietro Ingrao per indicare l’ambizione di questa fase: non limitarsi a resistere, non accontentarsi della testimonianza, ma provare a organizzare una forza sociale capace di incidere, di costruire alternative, di rimettere in movimento la partecipazione e la fiducia collettiva.
La relazione ha invitato l’associazione a leggere il presente senza categorie consumate. Non siamo semplicemente dentro una somma di crisi – economica, climatica, democratica, del lavoro, del multilateralismo – ma dentro un cambio d’epoca. Guerre, disuguaglianze, trasformazione tecnologica, impoverimento della democrazia, precarietà e crisi climatica non sono fenomeni separati: si alimentano a vicenda e stanno ridisegnando il modo in cui il mondo si organizza.
Per questo il Congresso non servirà solo a eleggere organismi dirigenti, aggiornare lo Statuto o discutere un documento politico. Servirà a rispondere a una domanda più profonda: perché oggi serve l’Arci?
La guerra come categoria del presente
Uno dei passaggi più forti della relazione riguarda il ritorno della guerra. Non soltanto come conflitto armato, ma come linguaggio, come criterio di governo, come modo di organizzare gli investimenti, la ricerca, l’economia, la politica e perfino l’immaginario del futuro.
La guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza e in Cisgiordania, l’embargo contro Cuba, le morti nel Mediterraneo, la crisi climatica e le migrazioni forzate sono state richiamate come parti di una stessa trasformazione globale che mette in discussione diritto internazionale, democrazia, giustizia sociale e capacità delle comunità di immaginare futuro.
In questo scenario, per Arci costruire un potere di pace significa rifiutare l’idea che guerra, riarmo, disuguaglianze, lavoro povero, restringimento degli spazi democratici e arretramento dei diritti siano inevitabili.
Significa opporsi alla logica della paura, che trasforma ogni problema in un nemico: la persona migrante, chi vive in povertà, chi manifesta, la cultura critica, l’ambientalismo, le soggettività LGBTQIA+, i femminismi, il diritto internazionale.
La pace, in questa visione, non è neutralità: è una scelta di parte, una pratica democratica, una politica di giustizia.
È qui che la storia di Arci torna a parlare al presente. Quasi settant’anni fa, l’associazionismo popolare scelse di essere libero, autonomo, mutualistico e organizzato. Oggi quella stessa eredità chiede di essere rilanciata: trasformare la paura in relazione, la solitudine in comunità, l’indignazione in organizzazione, la protesta in partecipazione.
Leggi la relazione del Presidente nazionale Walter Massa
Arci come ecosistema sociale
Il documento politico presentato al Consiglio nazionale offre la cornice dentro cui questa sfida prende forma. Il titolo, “Arci: un ecosistema sociale per cambiare il presente”, indica una direzione precisa: Arci non è solo una rete di circoli e comitati, ma un ecosistema vivo, fatto di persone, luoghi, competenze, relazioni, pratiche di cura, mutualismo, cultura e partecipazione.
Un ecosistema aperto, osmotico, capace di respirare con i territori, accogliere differenze, far circolare idee e potere, costruire alleanze.
Il documento politico rifiuta l’immagine dei circoli come “oasi nel deserto” e propone invece quella della carovana: nodi di una stessa rete che possono sprigionare energia sociale e trasformarla in possibilità di cambiamento.
Da qui nasce la responsabilità dell’associazione nei prossimi anni: organizzare l’energia diffusa che già attraversa i territori, le piazze, i movimenti, le comunità, i circoli, le esperienze mutualistiche, le reti ecologiste, transfemministe, antirazziste, pacifiste e culturali.
Il cuore politico del documento è ancora una volta la costruzione di un potere di pace. Non una pace astratta, ma una politica capace di contrastare la riduzione della politica a guerra, la normalizzazione della violenza, la trasformazione del conflitto in sopraffazione.
Una politica che ha nelle proprie “armi” la Costituzione, il diritto, la legalità democratica, la partecipazione, la cura, la solidarietà e la capacità di organizzare persone consapevoli e attive.
I circoli come infrastruttura di democrazia
Il documento politico insiste con forza sul ruolo dei circoli. Arci cresce nei numeri e nella capacità di disseminazione: dopo il crollo della pandemia, le persone socie hanno superato nel 2025 il milione e la rete conta più di 4mila spazi, progetti associativi, gruppi, realtà culturali e sociali in tutto il Paese.
Ma quei numeri non raccontano soltanto una crescita quantitativa. Raccontano la presenza di una infrastruttura democratica materiale: luoghi fisici, accessibili, radicati, in cui generazioni diverse si incontrano, si organizzano, costruiscono risposte collettive, praticano socialità, cultura, mutualismo, educazione, solidarietà.
In una fase segnata da solitudine, individualismo, precarietà e restringimento dello spazio civico, i circoli sono presìdi di libertà e partecipazione.
Difendere i circoli, quindi, non significa solo difendere spazi associativi. Significa difendere una parte concreta della democrazia del Paese. Significa riconoscere che la politica non vive solo nelle istituzioni, ma anche nei luoghi in cui le persone prendono parola, costruiscono legami, sperimentano conflitto democratico e trasformano bisogni individuali in risposte collettive.
Il mutualismo, in questa prospettiva, non è una pratica residuale né una risposta emergenziale. È un modo di leggere i bisogni, costruire solidarietà, redistribuire potere e trasformare vulnerabilità in diritti.
Non è assistenzialismo, non è supplenza di un welfare che arretra, non è mercato sociale. È una pratica politica che tiene insieme uguaglianza, cura e organizzazione collettiva.
L’agenda politica: giustizia sociale, Europa, clima, cultura, diritti
La proposta di documento politico articola un’agenda ampia, costruita attorno ad alcuni grandi assi.
Il primo è la giustizia sociale, definita come la nuova frontiera della democrazia. In un Paese attraversato da povertà, precarietà, salari bassi, difficoltà di accesso alla casa, alla salute, all’istruzione e al welfare, la sicurezza di cui abbiamo bisogno non può essere quella del controllo e della repressione.
La vera sicurezza si chiama giustizia sociale: diritti, redistribuzione, welfare, lavoro dignitoso, spazi civici, associazionismo, partecipazione.
Il secondo asse è l’Europa. Il documento critica con nettezza l’Europa del riarmo, della fortezza, delle politiche migratorie securitarie, dell’austerità e della chiusura degli spazi democratici. L’alternativa proposta è un’Europa di pace, diritti sociali, giustizia climatica, libertà di movimento, democrazia e partecipazione.
In questo percorso, anche i circoli Arci in Europa diventano una risorsa preziosa per costruire nuove alleanze e nuove pratiche di democrazia.
Il terzo asse è la giustizia climatica e ambientale. Guerra, disuguaglianza e collasso climatico sono letti come parti dello stesso modello estrattivo. Non basta cambiare le fonti energetiche lasciando intatta la concentrazione del potere: serve cambiare modello sociale, economico e culturale.
Arci conferma così il proprio impegno per una rivoluzione della cura, per la difesa dei territori, per comunità energetiche, vertenze ambientali, pratiche di sostenibilità e forme democratiche di gestione del vivente.
Il quarto asse è la cultura. Per Arci la cultura non è un settore separato: è uno dei modi principali con cui si costruiscono comunità, immaginari, accesso ai diritti, attivazione politica. I circoli, i festival, gli spazi musicali, teatrali, audiovisivi e culturali sono luoghi in cui si produce socialità e si contrastano desertificazione culturale, isolamento, consumo passivo, concentrazione del mercato e logiche estrattive.
Il quinto asse riguarda generi, generazioni e migrazioni. Il documento propone una lettura intersezionale delle oppressioni: patriarcato, razzismo, precarietà giovanile, discriminazioni, barriere di cittadinanza, abilismo, esclusione delle persone migranti, razzializzate, neurodivergenti, disabili o non italofone.
La sfida è rendere Arci sempre più attraversabile: nei linguaggi, negli spazi, nei gruppi dirigenti, nelle pratiche di accoglienza, nei percorsi di partecipazione.
Organizzazione come scelta politica
Il percorso congressuale nasce anche dal lavoro fatto in questi anni per rafforzare l’organizzazione. Nella relazione di Walter Massa questo passaggio è molto chiaro: l’organizzazione non è una questione tecnica, ma una scelta politica. Dice chi vogliamo essere, come vogliamo stare nel mondo e quanto vogliamo essere capaci di incidere.
Da qui il valore del percorso avviato con la Conferenza di programma di Padova: ascoltare l’associazione, studiarla, raccogliere contributi, far emergere conoscenza diffusa, trasformare fragilità e bisogni in programma di lavoro.
Il Piano strategico, la Rete associativa nazionale, la formazione, la digitalizzazione, i servizi ai territori, la Quota Rete, la dimensione internazionale, il rilancio della Federazione Arci, il ruolo di ARCS, il Consorzio Officine Solidali, la battaglia sull’IVA e sul futuro del Terzo Settore non sono tasselli separati: sono parte di una stessa idea di associazione.
Un’associazione che non chiede semplicemente di più ai territori, ma prova a mettere i territori nelle condizioni di fare meglio ciò che già fanno ogni giorno.
Un’associazione che investe sulle nuove generazioni, sul protagonismo giovanile, sulla formazione dei gruppi dirigenti, sull’autonomia digitale, sulla sostenibilità economica e politica della rete.
Un’associazione che vuole trasformare la propria crescita in forza sociale organizzata.
Un regolamento per garantire partecipazione, trasparenza e pari opportunità
Il regolamento congressuale non è un semplice insieme di scadenze, procedure e adempimenti. Al contrario, si colloca dentro una cornice politica precisa: le regole del Congresso servono a garantire che tutta l’associazione possa partecipare al percorso in modo trasparente, ordinato e paritario.
Il regolamento, infatti, non serve soltanto a organizzare il Congresso nazionale. Serve a rendere concreti i principi democratici dello Statuto, mettendo circoli, comitati territoriali, comitati regionali e livello nazionale nelle condizioni di concorrere alla costruzione di un percorso comune. In questo senso, la chiarezza delle regole non è burocrazia: è garanzia di pari opportunità, tutela del pluralismo interno, condizione perché il confronto politico possa attraversare davvero tutta la rete.
Il lavoro svolto è partito dal regolamento del precedente Congresso, riconosciuto come un punto di equilibrio importante sui temi della rappresentanza, della rappresentatività e della piena agibilità politica. L’obiettivo, però, è stato quello di costruire un testo più organico, capace di accompagnare stabilmente la vita dell’associazione e non di essere riscritto da capo ogni quattro anni.
Tre sono le direttrici principali che hanno guidato la proposta.
La prima riguarda la costruzione di un percorso ordinato e partecipato. Il regolamento scandisce le tappe della stagione congressuale (congressi territoriali, congressi regionali, Congresso nazionale) definendo tempi certi, modalità di convocazione, trasmissione degli atti e regole comuni. I congressi o le assemblee congressuali dei comitati territoriali dovranno svolgersi entro il 16 gennaio 2027; i congressi regionali entro il 3 febbraio 2027; il Congresso nazionale si terrà dal 25 al 28 febbraio 2027. Ma quelle date non sono solo una griglia organizzativa: indicano il tempo necessario perché la discussione possa maturare nei territori, attraversare la filiera associativa e arrivare al Congresso nazionale con consapevolezza e partecipazione reale.
La seconda direttrice riguarda la valorizzazione del dibattito politico. Il regolamento non disciplina solo il voto, ma anche il modo in cui ordini del giorno, mozioni e proposte di modifica statutaria possono nascere nei congressi territoriali e regionali, essere discussi, trasmessi e arrivare al Congresso nazionale. È una scelta importante perché afferma un principio: la partecipazione non può esaurirsi nei quattro giorni finali del Congresso nazionale, ma deve svilupparsi lungo tutto il percorso congressuale. Ogni livello dell’associazione deve poter contribuire alla costruzione dell’indirizzo politico comune.
La terza direttrice riguarda l’equilibrio tra rappresentanza e proporzionalità, che è uno dei nodi più delicati di ogni percorso congressuale. Il sistema delle persone delegate tiene insieme criteri diversi: la dimensione proporzionale legata a persone socie e circoli, la rappresentanza territoriale, la presenza di tutti i comitati, il riconoscimento del ruolo dei comitati regionali, elementi perequativi per garantire continuità nei lavori e il limite massimo del 60% per ciascun genere nella composizione delle delegazioni. Nessun criterio prevale da solo: il valore politico del regolamento sta proprio nel provare a comporre principi diversi, tenendo insieme dimensione nazionale, radicamento territoriale, pluralismo e rappresentatività.
Anche la scelta di calcolare la rappresentanza sulla media del tesseramento degli ultimi tre anni risponde a questa impostazione: non fotografare un solo momento, non farsi condizionare da oscillazioni improvvise, ma tenere conto della storia recente dell’associazione e della sua crescita, pur disomogenea, nei territori.
Dentro questo impianto, il regolamento introduce anche prime indicazioni comuni per i congressi territoriali e per la composizione degli organismi, nella prospettiva di rafforzare progressivamente la rete associativa nazionale. Non per irrigidire le differenze, ma per costruire una base condivisa di regole, garanzie e responsabilità.
Il senso politico è chiaro: darsi regole comuni significa prendersi cura della democrazia interna. Significa fare in modo che tutte le voci dell’Arci possano trovare spazio dentro un percorso comune, senza comprimere la ricchezza e il pluralismo dell’associazione. Significa aprire una stagione congressuale lunga, probabilmente la più lunga della storia dell’Arci, nella quale migliaia di dirigenti, volontari3, soci3 e circoli discuteranno non solo di organismi e adempimenti, ma del futuro dell’associazione e del contributo che Arci vuole dare al Paese.
Perché la qualità del Congresso dipenderà anche dalla qualità delle regole con cui sapremo accompagnarlo. E regole condivise, trasparenti e rispettose delle differenze sono una condizione essenziale per costruire partecipazione vera.
La prima proposta di modifiche statutarie
Accanto al documento politico e al regolamento, il Consiglio nazionale ha discusso la prima proposta di modifiche allo Statuto nazionale.
La relazione illustrativa chiarisce che le modifiche non intervengono sull’impianto valoriale o sulle finalità generali dell’associazione, ma soprattutto sull’organizzazione interna, sul funzionamento degli organismi nazionali, sul rapporto tra livello nazionale e articolazioni territoriali e regionali, sul percorso congressuale, sugli strumenti di partecipazione e sulle garanzie patrimoniali.
Le direttrici principali sono quattro.
La prima riguarda la redistribuzione delle funzioni oggi contenute nell’articolo 14, che viene proposto in abrogazione: quelle funzioni vengono ricollocate negli articoli 10, 18, 19 e 20, così da distinguere meglio competenze di indirizzo, rappresentanza politica, governo organizzativo, supporto alla rete e decentramento delle responsabilità.
La seconda riguarda il rafforzamento e la razionalizzazione della rete territoriale, con interventi sugli articoli 12, 15 e 41: requisiti e procedure più chiare per l’istituzione e la fusione dei comitati territoriali, recepimento di modelli statutari nazionali da parte delle articolazioni territoriali e regionali, maggiori garanzie sulla devoluzione del patrimonio in caso di scioglimento, estinzione o cancellazione dal RUNTS.
La terza riguarda il percorso congressuale e la rappresentanza interna. La proposta chiarisce il carattere unitario della campagna congressuale nazionale e il rapporto tra congressi territoriali, regionali e nazionale, affinché tutta la rete partecipi alla discussione dei documenti congressuali, alla costruzione dell’indirizzo politico e all’elezione delle persone delegate.
La quarta riguarda il funzionamento degli organi, le incompatibilità e gli strumenti di partecipazione: regolamento di funzionamento del Consiglio nazionale, disciplina delle incompatibilità e della decadenza, valorizzazione di commissioni, gruppi di lavoro e consultazioni su specifiche materie.
Anche qui il punto politico è chiaro: rendere l’associazione più leggibile, più coerente, più capace di funzionare come rete nazionale, senza cancellare autonomia, pluralismo e differenze territoriali.
Una stagione per tutta l’associazione
La stagione congressuale che si apre sarà lunga e attraverserà tutta l’Arci. Sarà fatta di assemblee nei circoli, congressi territoriali, congressi regionali, discussioni sui documenti, ordini del giorno, mozioni, proposte di modifica statutaria, confronto sui territori, partecipazione delle persone socie, dei gruppi dirigenti, del volontariato, delle lavoratrici e dei lavoratori, delle tante esperienze che ogni giorno tengono aperti spazi di democrazia nel Paese.
Non sarà soltanto un percorso interno. Il Congresso nazionale del 2027 arriverà nell’anno in cui Arci compirà settant’anni. Sarà quindi anche l’occasione per interrogarsi sul senso profondo di questa storia: non una memoria da celebrare in modo rituale, ma un’eredità da rimettere in cammino.
Settant’anni fa Arci nacque dall’idea che l’associazionismo popolare dovesse essere libero, democratico, mutualistico, autonomo, organizzato. Oggi quella stessa idea deve misurarsi con un tempo nuovo: guerra, riarmo, autoritarismi, crisi climatica, disuguaglianze, precarietà, solitudine, attacco ai diritti e agli spazi civici.
Il compito non è piccolo. Ma è esattamente qui che Arci può essere utile al Paese: organizzando socialità, cultura, mutualismo, partecipazione; difendendo i circoli come infrastrutture democratiche; costruendo alleanze con chi si batte per pace, giustizia climatica, diritti, libertà, redistribuzione; trasformando la propria crescita in forza collettiva.
Il Congresso che si apre non chiede ad Arci solo di raccontarsi. Chiede ad Arci di scegliere come cambiare per essere più capace di cambiare il presente.
In una frase: costruire, insieme, un potere di pace.