Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

XVII Congresso Nazionale: Ordine del giorno – Palestina

Iniziamo la pubblicazione degli ordini del giorno approvati

In questo momento storico in cui in Medio Oriente si alzano venti di guerra che contrappongono Israele e Iran, passando attraverso la Siria, che mietono vittime tra la popolazione civile, riteniamo necessario rilanciare l’impegno dell’associazione verso la società civile di questa regione.

In modo particolare crediamo sia fondamentale attualizzare la visione dell’associazione rispetto a ciò che accade in Palestina, spesso in questo contesto regionale così complesso, dimenticata o passata in secondo piano anche dal punto di vista mediatico.

Nel silenzio generale si è consumata una nuova strage a Gaza: l’attuale situazione in cui vive il popolo palestinese potrà avere una via d’uscita soltanto grazie ad un forte sostegno della Comunità internazionale, e in quest’ottica dobbiamo fare la nostra parte.

Il perpetrarsi delle politiche di occupazione israeliana dei territori palestinesi, criticate anche da una minoranza della società israeliana, tra cui gruppi come Btselem e Ghisha o giornalisti come Amira Haas e Gideon Levy, alimentano una spirale di odio e di violenza e stanno annientando qualsiasi ultimo spiraglio per una ripresa del processo di pace.

Considerato inoltre che:

  • l’anniversario dei 70 anni della fondazione dello Stato d’Israele (maggio del 1948) coincide con il 70° anniversario della Nakba, la Catastrofe del popolo palestinese, che ha visto la cacciata di oltre 700mila palestinesi dai territori della Palestina storica, e li ha trasformati nel popolo profugo dei campi del Medioriente e della diaspora palestinese nel resto del mondo.
  • le condizioni di vita del popolo palestinese sono aggravate dal muro di separazione che sottrae illegalmente terre ai territori palestinesi ben al di là delle linee dell’armistizio del ‘48 e del ‘67 e taglia in due famiglie e comunità; dai posti di blocco ovunque; dallo sradicamento di colture agricole, dal sequestro delle fonti d’acqua, e dal controllo totale dell’energia elettrica da parte di Israele, che ne limita l’erogazione a poche ore al giorno; dalle uccisioni mirate e dalla detenzione amministrativa praticamente incontrollata da parte dell’autorità militare; da una miriade di insediamenti colonici ebraici che violano apertamente la legalità internazionale, e che mirano a cancellare la continuità territoriale del futuro Stato di Palestina;
  • il presidente degli Usa Donald Trump ha deciso di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme dimostrando, con questo gesto non dettato da nessuna urgenza né da alcuna necessità indotta da mutamenti dello status quo, una insensibilità politica e morale che ha visto l’opposizione dell’ANP (Autorità Nazionale Palestinese) e di tutto il mondo arabo, e di gran parte della comunità internazionale;
  • la protesta del popolo palestinese, già pianificata, è stata esacerbata da questo gesto insensato, e ha portato decine di migliaia di palestinesi a manifestare, invocando il diritto al ritorno dei profughi palestinesi nelle aree dalle quali furono espulsi con la forza nel ‘48;
  • la testimonianza diretta di Piotr Smolar, del quotidiano francese Le Monde, tra i pochi giornalisti presenti nella Striscia di Gaza il 30 marzo, riportata da Giovanni De Mauro, direttore del settimanale Internazionale ci ha restituito quanto «Era surreale trovarsi in mezzo ai manifestanti palestinesi, uomini, donne e bambini che mangiavano gelati, chiacchieravano o raccoglievano fagioli nei campi mentre un messaggio dell’esercito israeliano parlava di ‘17.000 rivoltosi palestinesi’ quando soldati e cecchini israeliani hanno sparato sulla folla, uccidendo 17 palestinesi e ferendone centinaia. Tranne qualche isolato lancio di pietre, alcuni copertoni bruciati e due uomini armati (subito uccisi), i trentamila palestinesi hanno manifestato in modo pacifico senza rappresentare mai un pericolo immediato per i soldati di guardia alla barriera tra la Striscia e Israele, uno dei confini più militarizzati del mondo»;
  • dal 30 marzo al 15 maggio sono stati uccisi dai cecchini dell’esercito israeliano più di 100 palestinesi, oltre 60 nel solo giorno del 14 maggio, molti dei quali minori, nessuno dei quali risulta aver mai messo i soldati israeliani in immediato pericolo di vita, e le migliaia di feriti, la maggior parte dei quali in gravi condizioni e soggetti ad amputazioni degli arti, secondo le notizie provenienti dagli ospedali di Gaza;
  • anche l’Unione Europea ha espresso il proprio netto dissenso nei confronti della scelta statunitense, e forte rammarico per la strage di civili palestinesi, con le dichiarazioni dell’alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini: «Decine di palestinesi, tra i quali bambini, sono stati uccisi e centinaia feriti dal fuoco israeliano oggi, durante proteste di massa vicino alla barriera di Gaza. Ci aspettiamo che tutti agiscano con il massimo autocontrollo per evitare ulteriori perdite di vite»;
  • Amnesty International ha affermato che: «si tratta di un altro orribile esempio dell’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano, con munizioni vere in un modo totalmente deplorevole. Questa è una violazione degli standard internazionali con la commissione, in alcuni casi, di ciò che sembrano essere omicidi volontari e che costituiscono crimini di guerra»;
  • anche Fatou Bensouda, Procuratore capo della Corte Penale Internazionale, ha dichiarato che «è con grave preoccupazione che noto la violenza e il deteriorarsi della situazione nella striscia di Gaza e che […] la violenza contro i civili – che è quella che prevale a Gaza – può configurarsi come crimine secondo lo Statuto della Corte Penale Internazionale, così come l’uso di civili con il proposito di farsene scudo di attività militari, e che il mio Ufficio continuerà ad osservare strettamente e annoterà ogni incitamento o uso illegale della forza»;
  • Papa Francesco ha espresso grande dolore per i morti e i feriti e ha messo in guardia sul pericolo che si inneschi lo storicamente, sperimentato e sciagurato meccanismo della «guerra che chiama guerra».

Premesso tutto ciò, il congresso nazionale dell’Arci

  1. Esprime solidarietà al popolo palestinese e cordoglio alle famiglie di tutti i civili palestinesi uccisi e feriti.
  2. Chiede all’associazione tutta di impegnare la struttura e le articolazioni territoriali in una campagna d’impegno, sensibilizzazione, cooperazione in favore del popolo palestinese.
  3. Auspica al più presto il ripristino della legalità internazionale, a partire dallo stop a nuovi insediamenti e ristabilendo condizioni di vita dignitose e umane nella Striscia di Gaza, chiedendo la fine dell’embargo, riprendendo il percorso che alcuni anni fa vide i popoli israeliano e palestinese ricercare soluzioni di convivenza all’insegna della sicurezza e della pace.
  4. Impegna Arci nazionale a promuovere e sostenere ogni iniziativa indirizzata a sollecitare:

▪ il parlamento italiano, affinché esprima una chiara volontà politica a sostegno di un approccio multilaterale ai conflitti in medio oriente, rifiutando logiche unilaterali di ulteriore militarizzazione, continuando a sostenere la convocazione di colloqui di Pace e soprattutto continuando a difendere il diritto di tutte le comunità della regione a poter vivere in condizioni libere e dignitose.

▪ l’Unione Europea affinché sia più determinata e netta nella condanna del massacro di questi mesi, e difenda gli interessi europei e dei Paesi Mediterranei dai possibili effetti, dal terrorismo alle migrazioni, di una ulteriore radicalizzazione dello scontro tra Israele e Palestina.

▪ La Comunità Internazionale e segnatamente tutti gli Enti sovranazionali, a partire dall’ONU, affinché compiano ogni azione possibile per fermare l’assedio e la violenza nei confronti del popolo palestinese della Striscia di Gaza.

  1. Sollecita Arci nazionale, la sua ong ARCS e tutta la filiera territoriale dell’associazione a potenziare i progetti di cooperazione internazionale (decentrata e non) e allo sviluppo nei Territori palestinesi, e a facilitare le relazioni di scambio.
  2. Invita i propri comitati e le proprie basi associative a promuovere reti e iniziative di carattere pacifista e nonviolento nei propri territori, e l’associazione tutta a portare il tema all’attenzione dei suoi diversi livelli.