Consiglio nazionale Arci del 27 ottobre: gli ordini del giorno

Siria, una guerra di cui non si vede la fine

Abbiamo un problema: un Presente ipertrofico che si sta mangiando Passato e Futuro. Un Presente talmente grande, complesso e articolato che ci vorrebbe una parte rilevante della nostra vita per poterlo cogliere in una porzione almeno significativa: ogni 60 secondi – infatti – su Facebook vengono scritti 41mila post; su Twitter si pubblicano 278mila messaggi da 140 caratteri. Tutto diventa Presente, in vorticoso divenire, in cui tutto viene rapidamente sostituito da qualcosa di più attuale. E ciò che diventa presto superato difficilmente raggiunge luoghi etichettabili come Storia, Memoria; piuttosto qualcosa che assomiglia più a Cestino, Oblio. Speculazione teorica? Mica tanto, assistiamo – più o meno consapevolmente – a tutto ciò diverse volte nel corso della giornata: alcune volte si tratta di cose rilevanti, altre meno.

Anche sabato 14 aprile 2018 è successa la stessa cosa: a seguito del lancio di circa 107 missili da parte delle forze statunitensi, britanniche e francesi contro 2 siti di ricerca e 8 aeroporti militari siriani, i media di tutto il pianeta affermavano che la guerra in Siria era cominciata!

Sarà bene che nessuno lo vada a dire alle famiglie che piangono i 500mila morti di una guerra che colpisce duro da 7 anni, né agli oltre 5mln di profughi che dallo stesso tempo vivono lontani dal loro Paese, in fuga dal conflitto e dalle persecuzioni. Già, le persecuzioni…

Perché in Siria si moriva anche prima del 2011 – quando scoppiò anche lì la cosiddetta Primavera Araba – nelle carceri, a seguito di feroci torture da parte delle forze di polizia di un regime particolarmente insofferente alle proteste di organizzazioni umanitarie e della società civile che denunciavano la sistematica violazione dei diritti umani.

Si parla di un regime che – beninteso – ha raggiunto il potere a seguito di elezioni formalmente corrette, sin dall’ascesa al potere del capostipite della dinastia – Hafiz al-Assad – che venne eletto nelle fila del Partito Ba’th – un partito panarabo di ispirazione laica e socialista – nei primi anni ’70, di fede alauita (ramo sciita), fortemente minoritaria in Siria a fronte di una presenza sunnita di oltre il 70% della popolazione, come se in Italia ci fosse stato un governo monocolore del Partito Repubblicano per oltre 40 anni!

Ad ogni modo il giovane Bashar al-Assad, inizialmente riluttante verso la politica, si trova a guidare il Paese a soli 35 anni dal 2000 e nel 2014 viene rieletto per un terzo mandato di 7 anni con quasi il 90% dei consensi. Tale voto ha il riconoscimento di oltre 30 paesi. Dal 2012 Assad procede a grandi passi verso la criminalizzazione delle opposizioni popolari e della società civile del Paese a cui – nel corso degli anni – si aggiungono formazioni curde e altre di ispirazione jihadista. Tutto ciò, affatto irrilevante per comprendere quanto accade nell’eterno Presente è invece ‘custodito’ nell’Oblio.

Il sistema di alleanze è anch’esso parte rilevante nella composizione del mosaico, tiene conto di faglie annose così come di tatticismi o convenienze più recenti. C’è un fronte tutto interno al mondo musulmano, che contrappone Paesi e gruppi sciiti – Governo siriano, Iran, Hezbollah libanese – ad altri di osservanza sunnita – le opposizioni siriane, Arabia Saudita, Isis; a questo si sommano gli opposti interessi di controllo geopolitico dell’area da parte di Usa, insieme con tutto il blocco atlantico e Israele, vs Russia. Gli interessi in gioco sono enormi oltre quelli strategico-militari: la posizione geografica della Siria la rende innanzitutto topologicamente centrale come crocevia di eventuali collegamenti tramite pipelines per l’approvvigionamento di gas naturale dalla penisola arabica verso l’Europa, adesso fornita prevalentemente dalla linea passante per l’Ucraina che la collega col gas proveniente dalla Russia e che presto avrà un nuovo e più potente condotto, il cosiddetto Turkish Stream.

Eccoci al Presente, alle ultime sacche di resistenza dei ribelli al regime di Assad, sostanzialmente relegate nella regione del Ghouta e in quella di Idlib, dove le forze di Damasco hanno assediato la popolazione, tagliando le vie di accesso ai rifornimenti e alle cure umanitarie. Si capisce come, in un tale contesto, sia assolutamente illogica e poco credibile la notizia dell’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Appare piuttosto un pretesto per gli Usa e per qualche altro Paese per ottenere altri risultati. Per Usa e Francia l’attacco è certamente da intendersi come un’arma di distrazione di massa mentre Trump e Macron sono fortemente in calo nei sondaggi, assediati da scandali interni nel primo caso e proteste dei lavoratori nel secondo. Inoltre gli Usa hanno certamente bisogno di mandare dei segnali diretti alla Russia, che sta assumendo nella regione un’influenza vieppiù crescente, e indiretti all’Iran, a seguito della cancellazione dell’accordo fatto da Obama e della mai sopita vocazione anti-iraniana di Israele.

L’attacco all’alba di sabato è un’azione militare grave, perché nasce dalla contrapposizione diretta – e non più per procura – tra le due potenze Usa e Russia, perché non sortisce alcuna soluzione alla sofferenza della popolazione siriana, e illegale, perché nasce al di fuori da qualsiasi legittimazione delle Nazioni Unite e del Diritto internazionale. Ha anche dei risultati indiretti, alcuni dei quali chiaramente intenzionali. E’ stato inferto un ulteriore colpo alla credibilità e autorevolezza delle Nazioni Unite e alla politica estera dell’UE (e forse non è un caso, in tempi di nazionalismi) che va letteralmente in ordine sparso (in questo caso dobbiamo registrare la saggia posizione assunta dal nostro Governo).

Bene abbiamo fatto come Rete della Pace a convocare – poche ore prima dell’attacco missilistico – una iniziativa a Roma il cui appello di convocazione ha riunito quasi 150 organizzazioni della società civile, delle organizzazioni sindacali e della politica sotto il motto «Cessate il fuoco, Fermiamo le guerre in Medio Oriente» e promuovendo nei territori diverse e significative manifestazioni analoghe. L’attenzione deve rimanere ancora alta, continuiamo a essere pronti e reattivi verso qualsiasi escalation nella regione: le bandiere della pace sono già sui balconi, di nuovo!